Ticino

La storia della chiesa del Sacro Cuore di Bellinzona in un nuovo libro di Tarcisio Casari

C’è chi si ricorda la storia dei mattoni gialli, provenienti dalle fornaci di terra cotta di Riva S. Vitale, fatti ridipingere da un imbianchino con il giallo d’uovo per assomigliare ai mattoni provenienti dalle altre fornaci del Ticino, ma anche chi ricorda delle partite a hockey, nel prato del Convento dei cappuccini trasformato d’inverno in pista di ghiaccio, cui partecipavano i ragazzi del quartiere e i frati assieme, o ancora frate Giovanni da Cadempino, vissuto nel Convento di S. Cuore tutta la vita. Sono innumerevoli e non basta certo una pubblicazione ad esaurirli gli aneddoti, i ricordi, le belle memorie ma anche i volti che vengono in mente quando, a Bellinzona, si nomina la chiesa del Sacro Cuore; ma Tarcisio Casari prova comunque a raccontarli nel suo ultimo libro sugli ottant’anni della chiesa, edito da Salvioni e che sarà presentato il 5 novembre alle 20.15 allo Spazio Aperto. Il libro nasce dai ricordi di suo suocero, lo scrittore Adolfo Caldelari che, in montagna, amava raccontare a Tarcisio gli episodi legati alla nascita della chiesa; Adolfo, negli anni Trenta, fu il primo organista della chiesa e intrattenne diversi rapporti con i frati, anche con i diversi Commissari provinciali succedutisi nel tempo. «La memoria storica di questo testimone oculare non poteva andare persa», afferma l’autore del libro.

Era il 1924 – ci racconta – quando iniziarono le prime discussioni con il Vescovo Bacciarini per costruire la chiesa, ma sarebbe toccato solo al suo successore, il Vescovo Jelmini, veder concretizzarsi il progetto. A far nascere l’esigenza di questa nuova costruzione, le continue inondazioni cui era sottoposto il piccolo oratorio che si ergeva tra i campi della zona della Geretta e il fiume Ticino ma, soprattutto, la preoccupazione del Vescovo per la grande affluenza di fedeli durante la messa domenicale, ormai impossibile da contenere nel piccolo oratorio. Si arriva così al 1930 quando la questione, per volontà del Vescovo, passa in mano alla Provincia cappuccina, che si assume il compito di portare avanti il progetto, chiedendo inizialmente il concorso dello Studio Cavadini di Locarno e lo Studio Carlo e Rino Tami di Lugano. Sarà quest’ultimo, alla fine, a vincere il progetto; un progetto in tutto e per tutto «francescano» – sottolinea Tarcisio Casari – «con una sola campana, il rivestimento esterno in sasso e quello interno in mattoni». Talmente semplice che la costruzione inizia nel ’38 e termina un anno dopo, nel ’39, per la contentezza di tutta la popolazione del quartiere Nord di Bellinzona; la struttura può ad oggi contenere fino a 500 persone. I frati, inoltre, «suddivisero il lavoro da farsi in lotti e chiesero la partecipazione di svariate ditte ticinesi», ricorda lo storico. «All’inizio la costruzione di denominò ospizio; vigeva ancora la legge del 1874 che proibiva la costruzione di nuovi conventi».

Negli anni la chiesa si è poi arricchita di molteplici opere d’arte, come raccontato in uno dei cinque capitoli nel libro di Casari; di particolare interesse, la Via Crucis del Gonzato, ritenuta per molto tempo innovativa e non a torto: «È un Cristo senza la corona di spine quello raffigurato; la corona è posta su uno dei braccioli del trono che gli è posto dinanzi. Un trono vuoto, che aspetta il suo Re. La Via Crucis ci parla di una regalità di Cristo che è in divenire, per questo fu ritenuta troppo moderna. A tal punto che a Gonzato fu impedito di rappresentare la scena finale, che doveva occupare la parte centrale. Questo affresco è finito, per mano dello stesso autore, nella chiesa di Nivo. Se andiamo a vederlo, vedremo che quel trono è stato riempito: Cristo trionfante vi siede sopra; il discorso sulla sua regalità è concluso». Un patrimonio storico-artistico, quello della chiesa del S. Cuore di Bellinzona, che è tutto da scoprire e che è tutto da raccontare, soprattutto alle generazioni future.

Laura Quadri

4 Novembre 2019 | 10:39
Condividere questo articolo!