Davide De Lorenzi

Siamo meno padri di quanto vorremmo

Oggi i papà si sono risvegliati con i pensieri dei propri figli, un messaggio, un lavoretto (»il più bello mai ricevuto»), un gesto di gratitudine… La solennità di San Giuseppe, definito dalla Chiesa protettore dei padri di famiglia e patrono della Chiesa universale, è un momento privilegiato per pensare ai padri – San Giuseppe che anche nel nascondimento e nelle avversità vivono la loro genitorialità al servizio della famiglia, in comunione con la moglie. Nell’attesa di festeggiare anche le mamme a maggio, oggi se lo merita un pensiero l’esercito dei papà (in Svizzera due uomini su tre sono padri, tra i 25 e gli 80 anni).
Se una volta i padri avevano come compito principale quello di garantire il sostentamento della famiglia, negli ultimi decenni si è assistito ad una maggior distribuzione di responsabilità nella coppia, dal lavoro all’accudimento dei figli. Se questo è un segnale positivo, anche nell’ottica della pari opportunità uomo – donna, d’altra parte nella figura del padre di oggi troviamo a tratti alcune delle fatiche e delle contraddizioni della nostra società: la difficoltà di educare, le incertezze nello svolgere la propria missione nella famiglia, le difficoltà ad assumersi responsabilità nel tempo.
Poco tempo fa mi ha colpito leggere in un rapporto del Consiglio federale sulla situazione delle famiglie in Svizzera che c’è una discrepanza tra desiderio di genitorialità e pratica effettiva: «complessivamente i giovani (donne e uomini) desiderano oggi avere in media 2,2 figli, il che corrisponde al tasso di natalità necessario per il mantenimento delle generazioni a lungo termine. Da diversi decenni, tuttavia, il tasso di natalità è di fatto più basso: dal 1975 esso oscilla tra l’1,4 e l’1,6 figli per ogni donna. La famiglia è dunque meno numerosa di quanto si desiderasse originariamente.
Due sono quindi le conseguenze di questa discrepanza: da un lato abbiamo – e se ne parla poco – un tasso di natalità molto basso e insufficiente a mantenere positivo il saldo naturale della popolazione (in Ticino abbiamo più morti che nascite…); ma allo stesso tempo abbiamo una vita famigliare meno feconda e meno felice di quanto vorremmo nel nostro cuore.
Siamo meno padri e madri di quanto desideriamo: un segnale di infelicità?
Sul piano politico sono state varate delle misure di sostegno alla famiglia ma si potrebbe certamente fare di più, imitando modelli efficaci applicati in altri paesi (ad esempio con congedi lavorativi a disposizione della coppia). È indubbio che ci sono anche motivi personali e scelte di vita, ma se vediamo sempre più giovani uomini a passeggio con il cane e sempre di meno in giro con un bimbo nel passeggino, forse qualche domanda come società ce la dobbiamo porre.
Sempre secondo lo studio sopra citato il reddito disponibile equivalente medio di coppie senza figli in Svizzera è più elevato di circa il 40 per cento rispetto a quello delle coppie con figli nella stessa economia domestica. Che sia soprattutto questo aspetto a scoraggiare la genitorialità? È triste ammetterlo ma l’amore può venir messo in secondo piano da scelte di carriera, di comodo o di necessità economica. Fare figli costa e significa rinunciare a molto, ma chi ha figli sa che nulla vale di più di quella piccola creatura che arriva per miracolo sulla terra.
Queste domande sono vitali per il nostro futuro: come facciamo a rivendicare identità, tradizioni e valori se poi non ci sta a cuore il naturale ricambio di generazioni? Che società e che futuro costruiamo con le culle vuote? Non siamo troppo attenti al benessere materiale a scapito della nostra possibile genitorialità?

19 Marzo 2019 | 10:55
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