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Sanremo: quando la canzone te le canta!


di Don Emanuele Di Marco

Luci, palco, scalinata, fiori… Che piaccia o no, il festival della canzone italiana è un appuntamento importante. Non tanto per la « confezione » che presenta : lo sforzo scenico e mediatico è significativo. Tra le notizie che caratterizzano i nostri media quotidianamente (crisi economica, drammi famigliari, scelte politiche impaurite…) abbiamo visto, in questi giorni, i riferimenti continui a quanto succedeva nel teatro Ariston. Chi commentava i contributi del duetto alla conduzione Carlo e Maria, dell’ironia di Crozza, della presenza di Robbie Williams. Una « confezione » solenne, diremmo. Sì, gli ingredienti per Sanremo erano veramente ricchi, in tutti i sensi. Quando si è ad un certo punto di ascolti e di fama bisogna non solo mantenere il livello, è necessario infatti innalzarlo sempre più. Questa verità non è semplicemente strategia « di marketing » : è divenuto un atteggiamento comune. Abbiamo bisogno della novità, di ciò che ci stupisce e ci entusiasma. Abbiamo bisogno del « novum », del « nuovo » : in latino significa « l’ultimo », quello che è giunto dopo quello che c’era prima.
Era tanto ricco, questo Sanremo. Anzi… non solo; « più » ricco : ancora meglio. La ricchezza che ci deve muovere è però determinato non tanto dalla scenografia da sogno, dagli abiti sfavillanti e dalle riprese mozzafiato. È il festival della canzone : testo e musica. Il resto, l’abbiamo detto, è confezione. Per quanto affascinante possa essere… resta solo esterno. Quello che è al centro è e deve rimanere la canzone.
Gabbani e Mannoia (primo e secondo posto) hanno presentato due canzoni da subito piaciute. Melodie piacevoli, dinamiche ed adatte. Se però vogliamo essere coerenti con il proposito di andare in profondità… non possiamo esimerci dall’affrontare i testi. SI tratta di due letture del mondo contemporaneo eccezionali. Gabbani esprime con ironia l’ « occidentali’s karma » : il mondo nel quale siamo inseriti. Fa sorridere… forse perché ne siamo talmente dentro, al punto da sentirci « a casa » nella sua canzone. È un testo che ci traccia un orizzonte nel quale siamo inseriti e che ci consente di vedere come viviamo. Il tutto è in un contesto pseudo-religioso che ben fa riflettere sui presupposti spirituali del nostro tempo. DI tutti quegli elementi – imbarazzanti – del nostro vivere ne abbiamo fatto una religione, una fede. MIschiamo elementi opposti e contrastanti : mobilità e sedentarietà, scientificità e magia, benessere e noia. L’epoca del contrasto è servita in una canzone che ci aiuta a capire i punti essenziali della nostra esistenza. Mannoia, dal canto suo, invoca uno sguardo diverso su questa vita. RIchiamo al valore eterno della vita, come solo lei sa fare. Un inno alla vita che fa eco al testo cantato da Gabbani. « La vita è perfetta ». Questo ritornello scuote l’anima di ciascuno. « Siamo storie, dovremmo impararei a tenercela stretta (la vita, ndr.) ». È un invito a dare valore a quanto ognuno vive. Ma perché soffermarsi sui testi – magnifici – delle prime due canzoni ? Gli aspetti tecnici (musicali e testuali) li lasciamo agli esperti. A noi basti sottolineare quanto le due canzoni scelte per l’oro e l’argento siano entrambe richiamo a valori religiosi ed al desiderio di un orizzonte ampio sulla nostra vita. Entrambe sono espressione di un desiderio del cuore che non si ferma all’esteriore. Ed allora queste due piccole perle non devono rimanere nelle nostre cuffiette o nei nostri altoparlanti come semplici « belle » canzoni. Esse ci muovono a trovare qualcosa di più, persino rispetto al contesto nel quale sono state presentate. La giuria ha paradossalmente sottolineato, con la scelta di queste due canzoni, che non basta « la confezione » : si ha bisogno di sostanza. Cerchiamo pane solido, non omogeneizzati o compresse. L’uomo contemporaneo inizia ad essere stanco di un certo modo di vivere. Ha bisogno di « masticare » la vita, le scelte, il futuro.
E allora… grazie Sanremo, grazie autori di questi due gioielli di testo e musica. Ci avete presentato, con parole e musica, la nostra vita. Quella che viviamo ogni giorno, e che spesso ci va stretta, eppure non ce ne rendiamo conto. Avevamo bisogno che qualcuno ce le cantasse.

Don Emanuele di Marco

Nato a Lugano nel 1982, dopo la maturità cantonale ha ottenuto il Bachelor of Arts in Primary Education e la Licenza di docente nella Scuola primaria (ASP – Locarno 2005); ha conseguito inoltre il Baccellierato in Teologia (2010) e la Licenza in Teologia Dogmatica (2011) presso la FTL. Nel 2014 ha acquisito il titolo di Dottore in Teologia pastorale presso la Pontificia Università Lateranense, Città del Vaticano. Nel medesimo anno si è diplomato formatore presso l’Istituto San Pietro Favre della Pontificia Università Gregoriana, Roma. Nel 2015 la sua tesi di dottorato è stata premiata dalla Fondazione Aenania a Monaco di Baviera con il Pelkhovenpreis 2015.

Ordinato presbitero della Diocesi di Lugano nel 2011, è stato vice cappellano della Guardia Svizzera Pontificia in Vaticano dal 2011 al 2014. Attualmente è Vicario Parrocchiale della Cattedrale di Lugano, Direttore dell’Oratorio di Lugano, Cappellano della Protezione Civile di Lugano, Assistente ecclesiastico della Federazione Svizzera dei Pueri Cantores, Assistente dell'Azione Cattolica Ragazzi, Professore incaricato presso la Facoltà di Teologia di Lugano.

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