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Paura di desiderare


di Don Emanuele Di Marco

Nei precedenti interventi è stata sottolineata l’attenzione del cristiano alla speranza come forza che spinge ad affrontare la vita di ogni giorno. Il tema delle paure è purtroppo di estrema attualità: ognuno costruisce la propria esistenza prevalentemente sul timore e l’insicurezza. In un clima dove il vocabolario è composto soprattutto dai termini crisi, paura, disagio, intolleranza… difficilmente si riesce a porre le basi per un futuro migliore. Nell’ultimo articolo particolarmente abbiamo affrontato la differenza tra il vagabondo ed il pellegrino. Entrambi si muovono, l’uno però senza mèta, l’altro con una destinazione ben precisa. L’intento di questo breve articolo è quello di cercare perché la fede cristiana ha la pretesa di essere una speranza per la vita cristiana. Questa domanda aiuta a comprendere la fede stessa che caratterizza il nostro cammino di umani . Centrale nel messaggio cristiano è l’annuncio della vita eterna, il Signore Gesù ha centrato la sua predicazione sul Regno di Dio, sull’eternità, sul tempo compiuto: la comunità cristiana non può quindi evitare il tema solo perché difficilmente comprensibile per la mentalità contemporanea. L’attenzione dell’uomo non può essere rivolta esclusivamente alle occupazioni professionali o di svago quotidiane. La speranza è la caratteristica del singolo cristiano si inserisce nel tema della storia del mondo e della sua fine.

Fino a qualche decennio fa vi era una forte speranza nel progresso: ciò che caratterizzava questa epoca, la speranza in un mondo migliore “su questa terra”, è venuta meno lasciando il vuoto a riguardo del futuro. Un altro elemento che ha avuto un ruolo determinante per la secolarizzazione è il consumismo. L’individuo è definito come colui che consuma: i rapporti commerciali tra i diversi agenti sono fini alla vendita del prodotto. Il consumismo si esprime secondo alcune caratteristiche che possono essere facilmente rilevate: l’ampia offerta di prodotti, la rapidità della fruizione, la non durabilità nel tempo, la miniaturizzazione del prodotto, la globalizzazione. La contemporaneità reagisce ai grandi discorsi sulla morte, sull’aldilà, sulla paura «occupandosi solo delle cose che si possono risolvere razionalmente». Vivere come se Dio non esistesse: importante caratteristica della mentalità contemporanea è la secolarizzazione, che si presenta come sfondo dell’esistenza. Nella contemporaneità ci si ferma proprio alle cose provvisorie, ignorando la vocazione a qualcosa di grande e definitivo: speranza nella quale modifica e muta radicalmente ogni momento dell’esistenza terrena. L’uomo ha bisogno di una risposta alla sua attuale condizione di sfiducia e di scoraggiamento, per non vagare errante tra le varie preoccupazioni dell’esistenza senza trovarne un senso. La vita ecclesiale si è – come abbiamo mostrato nelle pagine precedenti – come contratta sulla costruzione del mondo migliore, si è impegnata quasi totalmente nello sforzo di edificare una società più giusta ed equa, dimenticando quello sguardo fisso alla realtà nuova e definitiva che viene essa stessa incontro. La vita contemporanea – caratterizzata da un pluralismo che appiattisce la verità, annacquandola tra numerose posizioni che si tenta di far diventare parimenti vere – è molto compromettente. Una delle vittime della contemporaneità è il desiderio, strutturalmente legato all’attesa. Esso è necessariamente unito allo scorrere del tempo e al futuro. Venendo a mancare quest’ultimo, si è persa pure la capacità di desiderare, ovvero la capacità che ciascuno ha di immaginarsi diverso da come è ora, nel futuro. Esprime la possibilità di cambiare, fare in modo che il proprio Io attuale – e cioè come si è nel momento presente – divenga l’Io ideale. L’immediatezza nella quale ci si trova a vivere nel mondo contemporaneo ha annullato la propensione a costruire il futuro e i mezzi digitali ne sono complici. Con l’illusione di avere una soluzione immediata per tutto, il tempo si è contratto. Il cristiano, consapevole di questo, deve viverlo in modo diverso: non sacrificando la ricchezza del tempo cristianamente vissuto in nome di tendenze e fenomeni sociali che annientino la costitutiva struttura temporale insita nell’uomo.

La prima strada quindi per recuperare la speranza è il desiderio. E ponendosi questo proposito si apre l’ulteriore domanda che affronteremo nel prossimo contributo: cosa desiderare? Se infatti il desiderio è la propensione del cuore verso qualcosa . è bene cercare di definire cosa sia questa mèta.

Don Emanuele di Marco

Nato a Lugano nel 1982, dopo la maturità cantonale ha ottenuto il Bachelor of Arts in Primary Education e la Licenza di docente nella Scuola primaria (ASP – Locarno 2005); ha conseguito inoltre il Baccellierato in Teologia (2010) e la Licenza in Teologia Dogmatica (2011) presso la FTL. Nel 2014 ha acquisito il titolo di Dottore in Teologia pastorale presso la Pontificia Università Lateranense, Città del Vaticano. Nel medesimo anno si è diplomato formatore presso l’Istituto San Pietro Favre della Pontificia Università Gregoriana, Roma. Nel 2015 la sua tesi di dottorato è stata premiata dalla Fondazione Aenania a Monaco di Baviera con il Pelkhovenpreis 2015.

Ordinato presbitero della Diocesi di Lugano nel 2011, è stato vice cappellano della Guardia Svizzera Pontificia in Vaticano dal 2011 al 2014. Attualmente è Vicario Parrocchiale della Cattedrale di Lugano, Direttore dell’Oratorio di Lugano, Cappellano della Protezione Civile di Lugano, Assistente dell'Azione Cattolica Ragazzi, Professore incaricato presso la Facoltà di Teologia di Lugano, dal 1 settembre 2017 è Cerimoniere Vescovile e Direttore dell’Ufficio Liturgico della Diocesi di Lugano.

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