Missionarie secolari scalabriniane

Missione alla frontiera dell'Europa

In questi anni, assistendo ai tragici sbarchi dei migranti sulle coste mediterranee è cresciuta in noi missionarie l’urgenza di farci presenti per esprimere l’appartenenza a queste persone e condividere più da vicino le loro ferite e speranze. Abbiamo voluto, insieme a tanti, raccogliere l’invito di Papa Francesco a non cedere alla «globalizzazione dell’indifferenza» e, piuttosto, contribuire ad una cultura dell’incontro.

Per questo dal 2014 abbiamo aperto una comunità ad Agrigento in collaborazione con la diocesi locale, guidata dal Card. Francesco Montenegro, diocesi che comprende nel suo territorio anche l’isola di Lampedusa. La nostra missione si articola tra la formazione dei più giovani, la Caritas e la Migrantes diocesana. Abbiamo conosciuto anche alcune comunità di accoglienza per minori non accompagnati, per i quali sono nati dei laboratori estivi, a cui hanno partecipato in questi anni giovani volontari.

Tra le presenze che si avvicendano ad Agrigento per condividere i nostri passi con i migranti che approdano o vivono in questa frontiera dell’Europa, sono passati diversi gruppi di giovani, provenienti dalla diocesi di Milano, ma anche dalla Svizzera e dalla Germania in un interessante «ponte» tra Nord e Sud dell’Europa.

I giovani ci hanno chiesto di conoscere la migrazione da questo osservatorio sul mare: terra di approdi e accoglienza, ma anche di partenze verso i tanti nord, in cerca di un lavoro dignitoso qui troppe volte negato ai siciliani. Così, hanno incrociato la concretezza di altre storie, le traiettorie e i destini incerti dei migranti. Grazie anche a questi ultimi, nei quali convivono ferite e forza di speranza, si fa strada la consapevolezza che là dove le diversità sono forti, è necessario cercare l’unità ad un livello più profondo, che comprenda gli opposti. Si fanno strada domande su Dio, la vita, l’umanità.

Abbiamo condiviso con i giovani il cuore della nostra esperienza e storia missionaria dal suo inizio a Solothurn in Svizzera nel 1961 e poi in altri paesi d’Europa e del mondo. Infatti, l’apertura via via agli ultimi (turchi, portoghesi, richiedenti asilo e rifugiati, diniegati, minori non accompagnati…) ci ha offerto l’occasione di radicarci sempre più nel Dio dell’esodo, presente all’uomo nel Suo Figlio Gesù. Letto in questo modo, il «problema» migrazioni diventa in realtà anche un appello e un’occasione per nuovi passi verso Dio e verso gli altri.

Tante occasioni ci hanno aiutato ad aprire gli occhi, come è accaduto durante l’incontro con i ragazzi di un centro di prima accoglienza per minorenni. Con poche parole e un’inspiegabile amicizia che iniziava a spuntare, si è potuto fare qualcosa per gli altri, si è potuto servire.

Insieme ci siamo uniti anche nella preghiera, ad esempio al cimitero dove sono sepolte ottantasei delle persone morte nel naufragio del 3 ottobre 2013 a Lampedusa. Al termine, uno dei partecipanti ha affermato: «Oggi ho capito una cosa: chi non accoglie muore più di chi non è accolto».

La realtà ha trovato accoglienza nel cuore dei giovani. Il seme che ha smosso la terra durante i giorni ad Agrigento, potrà essere coltivato da ognuno, da Dio e dalle comunità cristiane alle quali tutti questi ragazzi sono tornati, portandosi il desiderio che quest’esperienza non sia una parentesi ma una novità che si apre.

Mariella Guidotti e Alessia Aprigliano

7 Ottobre 2019 | 11:02
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