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Mia madre: Nanni Moretti


di Corinne Zaugg

Sì, mi è piaciuto l’ultimo film di Nanni Moretti. Mi è piaciuta questa storia di donne raccontata da un uomo. E, nonostante la trama tutt’altro che divertente – narra infatti, l’ultimo tratto di strada della madre dei protagonisti – mi ha fatto sorridere il suo assunto di partenza. Nanni Moretti, regista e co-protagonista del film, in questa storia ha ritagliato per sé la parte migliore. Quella del figlio modello sempre presente (avete in mente la scena della cena che porta in ospedale alla madre: tutto perfetto dal primo al dolce..)? Del fratello saggio che sempre ha e trova le parole giuste (è lui che spiega la morte della madre alla sorella). Quella del professionista maturo pronto a lasciare il proprio lavoro perché la vita, quella con la V maiuscola lo chiama da un’altra e più importante, parte. Ad affiancarlo in questo tratto di vita che intorno ai cinquanta, molti di noi si trovano a vivere, vi è la sorella: una Margherita Bay tutt’altro che perfetta. Una copia non negativa del fratello, ma al negativo. Tanto per Giovanni tutto si dispiega chiaramente dinnanzi a lui, tanto per Margherita, di professione regista, madre di una ragazzina adolescente e dalle storie sentimentali complicate, la vita è un caos. La vediamo impegnata sul set di un suo nuovo film dove troppe sono le cose che le sfuggono, costantemente frammentata tra tutti i suoi pensieri e mai veramente presente e “sul pezzo”. Lo sguardo costantemente velato da una qualche nebbia: la madre ammalata e poi morente, la figlia sfuggente, di cui si accorge che non sa e non conosce nulla oltre il quotidiano vivere, un marito con cui condividere non più la vita ma soprattutto le sue complicanze, un compagno da lasciare. Insomma una vita difficile. Ingarbugliata ma anche incompiuta. Sfilacciata. Che la stringe da tutte le parti e a cui fa fatica a contrapporsi, se non ad opporsi. Una vita che la vede a cinquant’anni ancora bella, ancora giovane: una ragazza in jeans e maglietta. Una ragazza invecchiata in jeans e maglietta senza essere ancora divenuta donna adulta e compiuta. Come per esempio lo era sua madre: insegnante di latino per una vita, che ai suoi studenti ha saputo dare molto più del classico rosa-rosae e che della sua vita fatto un’unità dove il ruolo di madre e di insegnante hanno continuato a fondersi l’uno nell’altro, fino alla fine.
C’è molto di noi donne (o ragazze invecchiate in jeans) in questa figura. Poste dinnanzi a ad un ventaglio di scelta, di modi di essere, abbiamo deciso di scegliere tutto. La professione, la maternità, la giovinezza, la libertà. Una scelta impegnativa. Di cui forse solo ora, dopo anni di ubriacatura onnipotente, avvertiamo il peso e iniziamo a meditarne l’opportunità e la bontà. Purtroppo ci vuole sempre un punto -una morte, una rottura- per innescare il pensiero critico su di noi. Per guardarci allo specchio e osare la riflessione.
Intorno ai cinquanta siamo forse in medias res. Nel mezzo di un “cammin” che strada facendo è andata prolungandosi di molto e in cui, sostanzialmente spesso –seppur contorniate di molte presenze- ci ritroviamo sole, come Moretti ha così ben mostrato. Margherita non trova aiuto nel fratello Giovanni, che non si lascia mettere veramente in gioco e neppure nella madre che, appunto se ne va. E neppure l’aiuta l’ex marito con cui condivide ora soprattutto le ansie per la figlia. Non il nuovo compagno che con tutto quello che Margherita è, ha poco o nulla a che fare. E neppure il mestiere che fa, l’aiuta. Anche se è un mestiere meraviglioso. Da sogno. Un mestiere che le permette addirittura di inventare una vita altra: parallela, perpendicolare, diagonale alla sua. Invece, questa sua professione non fa che ingarbugliare ulteriormente la sua vita. Mescolando i piani dell’essere e del reale in un vischioso e improbabile, altro. Non soluzioni, ma domande, ci spiega dinnanzi Moretti. Anche se, forse, non del tutto consapevolmente. Domande che noi, ragazze invecchiate in jeans, raccogliamo e su cui mediteremo. Come sappiamo meditare noi. Davanti ad una tazza di te. Mentre la casa è silenziosa. Ormai addormentata.

Corinne Zaugg

Un marito, quattro figli, un cane. Da sempre scrivo: la vita, la gente, le cose. Per questo, dopo il liceo a Lugano, la facoltà di Lettere all’Università Cattolica. Dieci anni a Milano: la metropoli, ogni cosa a portata di mano, dal teatro alla brioche appena sfornata. Poi il ritorno in Ticino e l’inizio di una ininterrotta collaborazione con il Giornale del Popolo. Cronaca, pagine speciali e “La panchina”: rubrica a pié di pagina, spazio informale dove scambiare due parole su quello che passa per la testa e dal cuore.

Poi la scoperta di una nuovo mondo: quello dei cristiani perseguitati. Dal 2000, l’esperienza professionale con “Aiuto alla Chiesa Che Soffre” e tanti viaggi ai confini del mondo, là dove la fede fa la differenza. A volte addirittura tra la vita e la morte. Con tanti, nuovi incontri che segnano e cambiano. Mentre c’é spazio e tempo per sempre nuove passioni: per la storia e la vita delle donne, per esempio. Ieri e oggi. Qui e altrove. Nella società e nella Chiesa. Per arrivare ad oggi. Con un marito, sempre lo stesso, quattro figli ormai adulti e un cane. Diverso.

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