Corinne Zaugg

Liberare le parole per guarire le ferite: «Grâce à Dieu» nei cinema ticinesi

 È Lione, le sue famiglie, i suoi salotti, le sue chiese e la sua Chiesa, a fare da scenario a «Grazie a Dio», film con il quale François Ozon, ha conquistato all’ultimo Festival del cinema di Berlino, il premio della Giuria. Il tempo è il nostro e la storia anche. Una storia che vede al suo centro padre Preynat, un prete scout che tra gli anni ›70 e ’80 ha commesso abusi su una settantina di bambini. Bambini oggi adulti, che in seguito ad una prima denuncia da parte di Alexandre, si trovano a dover di nuovo fare i conti con un passato, che avevano -chi in un modo, chi in un altro- archiviato. Casualmente, dopo una trentina di anni dai fatti, Alexandre, sposato e padre di cinque figli, scopre che padre Preynat, lavora sempre ancora a contatto con i bambini. La scoperta riattiva in lui la memoria degli abusi da lui subiti dal prete. Scrive alla curia lionese, denuncia il fatto. Gli viene proposto un incontro di «riconciliazione» con l’anziano sacerdote. Accetta. L’incontro mette di fronte due uomini. Uno, nel pieno del suo successo anche professionale, l’altro: un vecchio. Preynat non si sottrae alle domande di Alexandre. Ammette i suoi atti. Ne conserva memoria. Ma dalla sua bocca non escono parole di scusa. Né una richiesta di perdono. Debole, remissivo, invoca la sua condizione di «ammalato di pedofilia». Cosa, del resto, risaputa all’interno della Chiesa di Lione, dice.  Un incontro irrisolto.  Insufficiente. Terminato con una preghiera comune che non sa riconciliare. Grazie al coinvolgimento di altri ex bambini abusati che lo denunciano, Preynat viene infine processato e lascia l’abito. È questo il punto di partenza del film. Questa la cornice in cui si muoverà. Conosceremo alcune vittime, ne incontreremo i volti, gli sguardi, le parole e i tanti silenzi. Entreremo nelle loro famiglie, accanto a loro assisteremo alla riapertura di questa ferita che pensavano se non guarita, almeno cicatrizzata. Li seguiremo mentre creano un’associazione che col nome di «La parola liberata» si pone l’obiettivo, non solo di portare a processo padre Preynat, ma di denunciare il sistema di omertà che ha protetto il sacerdote. Un passo che li costringerà a portare alla luce quello che hanno tentato di dimenticare e che a trent’anni dai fatti li obbligherà a guardarsi indietro, ma soprattutto dentro. Inevitabile il confronto con i genitori. Sapevano? Non sapevano? Perché non hanno parlato? Perché non hanno creduto? Nei salotti borghesi come nelle piccole cucine proletarie, si creano crepe, si riaccendono antichi dissapori. Tra mogli e mariti, padri e madri, genitori e figli, tra fratelli. Pochissimi quelli che hanno il coraggio di schierarsi. Di guardare negli occhi quei bambini di allora. A prevalere la ragionevolezza (»Perché riaprire il caso, dopo tanto tempo?), il quieto vivere ( «Ma lascia perdere!»), le antiche gelosie ( «Hai sempre voluto essere il centro del mondo…»)  o semplicemente il silenzio di chi non possiede neppure le parole per parlarne.

Una ricostruzione cinematografica

«Grazie a Dio» ha i tratti lineari e narrativi del documentario. E da un fatto vero, si alimenta. Padre Preynat esiste davvero. Il suo caso, ha sconvolto Lione e portato alla condanna a sei mesi con la condizionale, del cardinale di Lione, Philippe Barberin per omessa denuncia. In attesa del processo d’appello, tenendo conto della presunzione di innocenza di Barbarin, il papa – lo scorso mese di marzo- ha rifiutato le dimissioni che il cardinale aveva rimesso nelle sue mani, volendo attendere che la giustizia civile, dica l’ultima parola sul caso. Vera è anche l’associazione «La parola liberata», sul cui sito si possono rileggere le storie dei tre personaggi principali. E vera anche l’esternazione «Grazie a Dio», un vero e proprio lapsus, pronunciata dal Cardinale Barbarin nel corso di una conferenza stampa e che dà il titolo al film. Come vera, nel senso di «autentica» la frase conclusiva rivolta dal figlio adolescente, al padre Alexandre. «Ma papà, tu credi ancora in Dio». Una domanda innocente e dolorosa, profonda e rimasta senza risposta nel film, la cui eco rieccheggia fino a noi, spettatori in sala.

La reazione di un vescovo francese raccolta dai colleghi de La Croix su pregi e limiti del film in rapporto ai fatti appurati fino ad oggi:

Intervista di TV2000 al regista del film:

Il manifesto del film
4 Novembre 2019 | 11:24
cinema (21), ticino (294)
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