Italo Molinaro

«Le mie peripezie redazionali di prete diventato giornalista quasi «per caso»»

Non avrei mai pensato al giornalismo. Mons. Corecco, per convincermi, mi disse che anche a lui il diritto canonico non era mai piaciuto eppure aveva dovuto studiarlo. Quando ero alla scuola di giornalismo a Bruxelles, una mattina ci hanno fatto un blitz: elencare le notizie ascoltate al radiogiornale del mattino. Panico! Chi badava a certe cose?!? Altro che «senso della notizia»! Quando ho presieduto la «prima» messa, il giorno dopo al mattino ero già al Giornale del Popolo (GdP) per iniziare il mio stage in cronaca di Lugano. Ho seguito persino un processo (giudice Verda) contro un colombiano che nascondeva la coca nella protesi della gamba. E un giorno Zois mi dice: il vescovo Torti ci convoca. E senza esperienza mi ritrovavo vicedirettore. Mio fratello Marino mi regalò una bella agenda nera: «Ti servirà». La mia lettera di dimissioni dal GdP, sei anni dopo, non ha mai avuto risposta, ma poi quando due anni dopo con la RSI si trattava di creare una nuova trasmissione giornalistica cattolica che sostituisse la messa domenicale, mons. Grampa mi convocò, e abboccai. Abbocco sempre con chi sento che mi da fiducia. Dopo due ore di sommaria formazione alla telecamera, la RSI mi ha sbattuto in video. Alla vigilia della prima puntata (fine 2004), Fazioli mi ferma all’ingresso principale e mi dice: «Sono molto preoccupato», e il nostro produttore Tito conferma: «Anch’io». Nell’intervista per uno dei primi servizi, la persona che interrogavo aveva il truck davanti alla telecamera: non le usciva una parola. Mi sono detto: cominciamo bene, se sono tutti così… Non è mai più successo. Ho viaggiato in tre continenti per servizi, ho mandato in onda oltre 800 puntate in tv e collaborato a qualche centinaio a «Chiese in diretta». Ho sofferto gli scandali della Chiesa ed era duro apparire in video sorridente quando le fogne traboccavano di putridume orrendo e il dolore delle vittime per la prima volta veniva preso sul serio: abbiamo cercato di farlo anche noi, ma in genere il pubblico (ascolti) non gradisce le puntate dove si sollevano problemi. D’altronde anche un vescovo mi disse, quando toccai i temi caldi: «Sempre le solite domande». Stavo chiamando un noto amico di Scola quando in sala stampa in Vaticano tutti scattano per la fumata bianca: riattacco subito. Ho fatto bene! Il top di tutto è forse stato trovarmi con Aldo Sofia in Via della Conciliazione quel 13 marzo 2013 a raccontare al pubblico RSI l’elezione di Francesco. Non so se più per Aldo o per Francesco! Al termine di questa stagione di giornalismo, l’agenda – nel frattempo elettronica – si è riempita di migliaia di nomi di intervistati: ci sono cardinali e professori, ma soprattutto tante persone della strada che ho avuto l’onore di conoscere e far parlare, perché sentivo che il loro vissuto, semplice e diretto, era importante. Faccio fatica a ricordare nomi ma un pezzetto di tutte queste persone è ormai parte di me.