Denise durante la corsa a Como contro la violenza sulle donne
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Denise durante la corsa a Como contro la violenza sulle donne

La violenza contro le donne non avrà l'ultima parola: una corsa per dimostrarlo


L’altro giorno discutevo con una mia amica su quanto sia importante capire quello che si può cambiare davvero. Perché per quanto credo sia del tutto rispettabile – e doveroso – sedersi su un prato a godersi la natura stupendosi per la forma strana che a volte hanno le nuvole, credo sia altrettanto  giusto dirsi “hop, forza”, ed andare in avanscoperta, altrove. Non siamo noi a scrivere l’inizio e la fine della nostra vita, ma di certe scelte siamo sicuramente noi ad avere il timone di comando, e non è poco.

Ad esempio, se poteste scegliere delle parole da regalare ad una persona che davvero amate, quale scegliereste voi? Io credo che partirei da “pace” e “carezza” facendole prendere il posto di “indifferenza” e “rancore”, poi darei senza pensare un posto d’onore a “perdono” e “tenerezza” cancellando del tutto  “schiaffo” e “incoerenza”, ed incornicerei assolutamente di leggerezza “cura” e direi solo “sollievo” e “musica” al posto di “dolore”.

Perché se è vero che è praticamente impossibile avere una vita priva di inciampi che fanno disperare, possiamo – e dobbiamo – decidere chi vorremmo diventare, chi essere. Per lavorarci. Per dare al cuore la giusta direzione.

Questo concetto, con estrema dolcezza, me l’ha fatto comprendere bene un libricino per piccoli, La fabbrica delle parole, in cui si parla del valore della parola: una buona parola può costare, ma dovremmo essere come un bimbo, che per dire “ti amo” decide di regalare le parole che ha trovato e catturato con la sua piccola mente per dare calore alla persona che ama.

E purtroppo non è sempre così, anzi troppo spesso, col suono, non si genera, ma si recide. Una bocca infatti può armarsi e diventare violenta, tanto quanto un’ anima può abituarsi all’orrore.

Mi fa sempre tanto effetto quando le persone vivono come normale il male quotidiano. Siamo bombardati di casi di femminicidio, di persone che lottano per sopravvivere a soprusi quotidiani, e sembra che ben pochi provino vergogna e pensino a quanto tutto questo sia indegno. La vita continua comunque.

E mi fa sempre riflettere quanto la vendetta, l’odio, ed il terrore, non siano per niente lontano da noi, ma vengano vissuti come una conseguenza inevitabile di una società incapace di empatia.

Sento che troppo spesso tutto viene minimizzato: che l’avere una morale e dei valori sia antico, che l’avere una coscienza sia roba da “vecchi bacucchi”, e che i ragazzi come me ridono quando si parla di onore e di morte della giustizia.

Mi fa male pensare che ciò che dovrebbe farci tremare e porci delle domande su quanto sia equo e giusto il nostro vivere, sia invece diventato il nostro pane quotidiano, che tutti mangiano, senza farci troppi problemi.

Mi fa paura il giorno in cui (spero lontanissimo) dormiremo comunque bene, nonostante tutto, e nessuno sentirà più il dolore degli altri.

Mi sento sempre sfiduciata quando penso che essere “viventi” non vuol dire per forza essere “umani”.

Combatto davvero l’idea che l’unico potere sia quello del distruggere e non del creare, perché il valore di una singola vita è inestimabile se si pensa che l’universo è una grande donna perennemente in parto.

La violenza ha troppe forme e troppe facce, e soprattutto ha conseguenze. Porta a chi ne è vittima profonde ferite. Toglie voce. Nella forza di alzare la voce, c’è un amore che dà vita, e non la toglie mai, perché nessuno è scarto. E nella comprensione c’è la salvezza. Chi subisce un torto spesso si rende conto troppo tardi di non meritarlo. E non può esserci bene, laddove ti rubano anima e dignità.

La storia ci fa da insegnante. Quante ragazzine col vestito bianco e l’onore puro, imprigionate in un matrimonio combinato? Quanto amore fuori portata? E quanto male vomitato fuori e dentro? Quanto? Quanta virilità esibita, quanta sensibilità nascosta, quanto pregiudizio? Quanti giudizi sommari, quanta ignoranza tollerata.

Non bisogna dimenticare mai le conquiste ottenute dall’essere umano, le lotte fatte per stare meglio.

Perché tutto questo vale per tutti, non solo per il gentil sesso; non è questione di genere, di colore, di credo: tutti andrebbero tutelati. Protetti. Capiti. Rispettati.

Ma proprio perché so che non è così, ci metto tutto il mio impegno: faccia, ruote (della mia sedia a rotelle), e sorriso in questo. Per questo nella corsa che ho fatto sabato a Como contro la violenza alle donne, ho fortemente voluto ci fossero uomini. Colorati, per un giorno travestiti da donna, una squadra di “Muscoli” forti del loro reale altruismo che hanno spinto la mia due ruote.

Ed essendo io, volutamente, fortemente buffona, ho voluto far passare un messaggio un po’ particolare: che non esiste “barbie” per nessun uomo vero. Ed ho portato delle barbie, proprio loro, le bambole, a Como, nella corsa contro la violenza. Non esiste bambola senza intelligenza: e non c’è certo bisogno di occhiali grandi per rendersi conto che basta poco, per scuotere il mondo, non esiste messaggio che non possa essere veicolato, con chirurgica ironia, e che dovrebbe farci riflettere. Barbie, gioco da bimbe, che sono capace di fare tutto. Mai modello femminile per uomini che sanno avere testa salda.

Io buffone dietro la regina – che è una società – che spesso non accetta, ma mai decide e ghettizza. Dobbiamo avere cura della nostra dignità, non rincorrere chi non vuole starci accanto, non maltrattare mai il corpo o il cuore, prima di tutto il nostro.

L’avere lividi, è il culmine, ovviamente, ma prima ci sono molte altre cose che una persona (donna o uomo che sia) non dovrebbe mai pensare di accettare.

Non dimenticate mai di essere liberi e forti. Non dimenticate che la solitudine è meglio di un uomo o di una donna che non sono capaci di amare.

Come ultimissima cosa in questo mio scrivere “in punta di cuore” mi sento di chiedervi un favore: parlatene, in famiglia, con le amiche, e non vergognatevi mai se qualcosa vi fa male ma non lascia lividi, se non invisibili.

 

 

Denise Carniel

Sognatrice e utopista convinta da una parte, ma pragmatica e razionale dall'altra. Consapevole che per cambiare il mondo ci si debba mettere in gioco nel quotidiano, cerca di fare ciò che ama al meglio che può: ovvero dare un valore alle parole, all'ascolto, alle persone, cercandone l'individuale bellezza, mettendoci il cuore.

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