Cristina Vonzun

«La pazienza è la nostra montagna»

Nessuno può mettere in discussione il fatto che la speranza sia il motore della storia, quella realtà senza la quale i sogni si spengono e le energie vengono meno. Così, almeno si dice e questo probabilmente è vero. Ma oggi come si spera? E cosa si intende per speranza? La mia percezione in questi giorni di lunga attesa e di prime «manovre» per riconquistare in qualche modo gli spazi di una libertà smarrita, suscita alcune domande: la speranza basta veramente, da sola, a muovere le migliori energie? Oppure, non dovrebbe essere inserita in un contesto più ampio, almeno capace di tenere conto della temperanza, della saggezza, della resilienza, della pazienza, virtù umane queste, senza le quali la speranza da motore della storia rischia di trasformarsi in una fretta foriera di imprevisti? Viviamo in un mondo dove l’oggi è già scaduto come lo jogurt e il domani, alle 6 del mattino, è già vecchio. In questo mondo la speranza capace di attesa, che è la vera speranza perché si prende il tempo per camminare al momento giusto, è una speranza a cui non siamo più abituati. Poi, è vero, per carità, noi uomini siamo degli abitudinari e l’aver vissuto per tutta la vita di abitudini che comprendevano la frenesia esistenziale, il multitasking (fare tre cose insieme se non quattro), ci ha resi impazienti o capaci di speranza, solo se a breve termine. Sto leggendo in questi giorni un volumetto che raccoglie le esperienze dell’esploratore svizzero – sud africano Mike Horn. L’alpinismo è maestro in questo: quante volte leggiamo di spedizioni nell’Himalaya dove giovani alpinisti, super sportivi, tecnicamente esperti, sono capaci di attendere non ore, ma giorni, addirittura settimane, prima di intraprendere la salita verso una vetta. E la salita poi, non avviene tutta d’un fiato, ma procedendo a tappe, con nuove soste nei campi base, acclimatazioni personali all’altitudine e attenzione massima alle condizioni climatiche e metereologiche necessarie a portare a termine l’impresa. Oggi tutto questo richiede più tempo rispetto ad anni fa, perché i cambiamenti climatici rendono le ascese più complesse, non solo per il mutare rapido, repentino e talvolta imprevisto delle condizioni metereologiche, ma anche a causa delle temperature che hanno reso i terreni alpini diversi da quelli che conoscevamo. Allora, quando l’impresa è ardua, o si mettono in campo queste virtù, si analizzano bene -anche da un punto di vista tecnico pratico- gli elementi in gioco per vincere una sfida complessa,  oppure c’è il rischio di affrontare la natura (che non perdona) con uno slancio inadeguato, una speranza scollata dalla realtà. Allora sì, che la speranza finisce per scadere in disperazione, nel caso la stessa natura presentasse il conto. Lassù, in montagna, speranza e attesa sono virtù che costituiscono la discriminante tra la vita e la morte. «La pazienza è la nostra montagna» e «prenderci a cuore gli altri è il nostro mare», questo doppio motto l’ho incontrato in un bel video postato nei social da un campione di trail running costretto a casa dal lockdown. La vita al tempo del coronavirus è così: ci vuole speranza, certamente, ma una speranza resiliente, capace di resistere ad un tempo che non è il nostro tempo frettoloso ma quello della natura e di una natura malata. Occorre imparare a stare nella tenda, come fanno i ragazzi che scalano gli 8’000 e ad uscirne a tappe, quando e come è il caso, disposti anche a tornare indietro. Di questa speranza capace di attesa, che non è passiva perché è laboriosa, si organizza al passo successivo, che va prima o poi fatto, ne abbiamo bisogno a livello personale ma anche come comunità, per evitare di portare tutta la cordata nel burrone oppure semplicemente per cedere alla disperazione del «ma non se ne esce più». Dobbiamo prenderci cura della cordata quando la natura è insidiosa. Il coronavirus ci costringe a fare i conti con il senso del limite, con il calcolo del tempo giusto al momento giusto, con le precauzioni pianificate, con l’attesa necessaria che non vuol dire voltare le spalle alla speranza o essere rinunciatari: vuol dire prepararsi adeguatamente a compiere certi passi che vanno fatti, ma dentro un orizzonte ampio di responsabilità personale e collettiva, capaci e disposti, come capita nelle scalate, anche a nuovi arresti o addirittura, a dover tornare rapidamente sui propri passi. In particolare questo peso, come accade in montagna, grava su chi ha la responsabilità del gruppo. Per questo occorre essere solidali e soprattutto collaborativi con costoro. Penso proprio che sia un tempo in cui la nostra montagna è «la pazienza»… da scalare e il mare è «prendersi cura degli altri», di tutti, quelli dei nostri gruppi, associazioni e comunità sportive, sociali, culturali, religiose, e con loro, di tutta società, che ormai è globale e interconnessa. Questo mi auguro e auguro a tutti nel tempo delle fasi 2 e successive, dell’epoca del coronavirus.

28 Aprile 2020 | 14:55
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