Cristina Vonzun

La lezione di Simone Biles

In questi giorni il caso della ginnasta americana Simone Biles fa discutere di competizione e pressione sugli atleti. L’atleta americana presente alle Olimpiadi di Tokyo ha sentito sulle sue spalle un intero Paese, gli Stati Uniti, lì, in attesa da lei di ben 5 medaglie d’oro olimpiche, le ennesime, come se avesse ancora qualcosa da dimostrare dopo le medaglie da lei già conquistate nei precedenti Giochi Olimpici. Simone, che a queste Olimpiadi ha accusato un problema fisico, alla fine ha avuto una crisi nervosa e si è presentata solo ad una delle 5 gare previste, vincendo la medaglia di bronzo. Il suo caso non è isolato, un servizio del TG delle 20 su RSILa1 ha citato diversi campioni andati in crisi per questioni di «pressione». Diciamo che più di un problema tra l’atleta e lo sport o tra l’atleta e la competizione, si tratta di gestione della pressione sociale. Si potrebbe dire la stessa cosa per le star della TV o del cinema o per i cantanti. Nel caso dello sport, le cause e gli ambiti di questa pressione sociale che si fonda semplicemente sulla filosofia del «vincente» come colui o colei che è superiore al resto del mondo e porta a casa record e medaglie (riducendo sport e atleta solo a questa dimensione quantitativa), sono diverse. I mezzi di comunicazione sono spesso la cassa di risonanza di questo sentire comune, espressione di ben altro: la pressione di un mondo sportivo che risponde alla legge di mercato, dominato dagli sponsor che chiedono vittorie cioè visibilità non tanto per l’atleta quanto, mediante l’atleta, per il prodotto legato al campione (basta la marca delle scarpe). Ma non c’è solo questo: in una sorta di catarsi collettiva, le frustrazioni popolari cercano una compensazione nella vittoria dell’atleta o della squadra del proprio Paese.  E poi ci sono le emozioni forti che sono sempre di più oggetto di ricerca da parte di tutti. E c’è il prestigio di una nazione in ballo. Eppure lo sport non è riducibile a questo e non lo sono gli atleti che restano persone. Quello che Simone Biles ha fatto, è stato sottolineare che il campione non è riducibile ad un record oppure ad una medaglia, ma resta persona. E allora, la competizione è qualcosa di pericoloso, di brutto, qualcosa che manda in crisi? La competizione è anima dello sport fin dalle sue origini, come la stessa antropologia ci mostra: la prima competizione sportiva è nella caccia,  nella lotta tra l’uomo e l’animale. Gli stessi giochi olimpici nati in Grecia sono soprattutto competitivi (anche sacri, ma questo è un altro tema).

Papa Francesco e la Magna charta dello sport

La competizione è nel dna umano. Il problema non è lo sport e non è neppure la competizione ma altro. In un’intervista su Sportweek, papa Francesco ha consegnato nel gennaio di quest’anno, quella che potremmo definire una Magna charta dello sport. Questa affronta sette punti che rispondono magnificamente all’idea di sport competitivo:

  • lealtà: lo sport insegna il rispetto delle regole;
  • impegno: serve applicare il proprio talento, altrimenti non è nulla;
  • sacrificio: un termine che, secondo il pontefice, sport e fede condividono. Lo sport richiede fatica, ma è andando oltre ad essa che l’atleta raggiunge il suo obiettivo;
  • inclusione: lo sport si presenta come uno strumento di inclusione e rinnega razzismo e discriminazione;
  • spirito di gruppo: con il gioco di squadra si ottengono i risultati migliori;
  • ascesi;
  • riscatto: non basta sognare il successo, spiega il Papa, ma bisogna impegnarsi e mettersi in gioco per raggiungere i propri traguardi;

Il valore dello sport competitivo per la vita cristiana

L’apostolo Paolo di Tarso – che sicuramente andava allo stadio, o almeno lo si deduce da come parla delle competizioni sportive – in una delle sue lettere (1 Corinzi 9,24-27) paragona la vita cristiana alla corsa nello stadio e alle competizioni sportive. E usa proprio l’esempio dei giochi che si svolgono nello stadio per dire che i cristiani dovrebbero considerare la propria vita come una corsa che va affrontata tenendo gli occhi fissi al traguardo da raggiungere.

«Citius, altius, fortius»: il motto olimpico

Insomma non è la competizione da doversi temere, men che meno lo è in una lettura cristiana dello sport, ma semmai i tentativi di riduzione dello sport alla medaglia e al podio. «Citius, altius, fortius«, il motto olimpico, vale per ogni atleta che si impegna seriamente nella sua competizione, non solo per chi sale sul podio. «Citius, altius, fortius” è essere vincente, cioè (e lo abbiamo già scritto alla vigilia dei Giochi) non vincitore o recordman, ma persona che si impegna fino in fondo nel proprio sport. Un’attenzione da non perdere di vista, il caso Biles lo ricorda. Lei, Simone, considerata forse «debole» per aver avuto una crisi di questo genere, in realtà si è mostrata coraggiosa e forte, facendo suonare un doveroso campanello d’allarme che però va rettamente interpretato: sì alla competizione, ma salvando la dignità di questi ragazzi che è molto di più del record e della medaglia.

Simone Biles (foto @wikipedia)
3 Agosto 2021 | 22:26
olimpiadi (20), sport (31)
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