https://www.flickr.com/photos/hackny/ (CC BY-SA 2.0)
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Là ci darem la mano…


Di Alberto Palese
Le mani e il volto sono i punti più sensibili ed efficaci con cui entriamo in relazione con gli altri. In particolare le mani, capaci di mille gradazioni di contatto, riescono a unire e comunicare le sfumature del nostro io, la nostra volontà e spesso pensieri e sentimenti più profondi.
E così su tutte le nuove banconote tra i diversi disegni compaiono, come leit motiv, le mani in pose espressive. Indubbiamente una scelta interessante che in parte ci ripaga dell’aver tolto da quei biglietti – a cui spesso in verità non prestiamo molta attenzione – la concretezza di volti e di storie. Eh sì, perché quelle mani disegnate sono mani qualunque, e non le mani particolari che nelle loro forme e irregolarità hanno registrato una storia unica, fatta di lavoro, di sopportazione e creazione, di strette di mano.
Già.
A proposito di strette di mano: si è molto parlato in questi giorni, amplificandolo a dismisura, di un fatto di cronaca. In una scuola di Therwil alcuni allievi sarebbero stati esentati dal dover stringere la mano a docenti femmine alla fine della lezione.
Questi eventi hanno la proprietà mirabile di farci scoprire quanti esperti ci sono nel nostro piccolo paese. Sono veramente moltissimi!
Io però non sono tra questi. Non sono uno specialista e non so spiegarvi molto. Ma del resto con così tanti voci autorevoli in circolazione non è un grave problema.
Vorrei soffermarmi però su questa storia, riflettere sul tema dell’incontro. Mi colpisce come un piccolo caso sia riuscito a crescere in poco tempo fino a diventare un vero problema. Ovviamente non conosco i particolari della vicenda ma mi interessa quello che è successo nel paese, come noi cittadini lo abbiamo affrontato.
Stringere la mano è un gesto diffuso in tutto il mondo, non è tipicamente occidentale e vuol dire desiderio di andare incontro all’altro in pace, offrendo la destra e stabilendo un contatto fisico potente con l’altro. Da docente trovo molto bello questo momento personale di vicinanza, di disponibilità reciproca, dopo le gioie e le fatiche di una lezione. Esentare due ragazzi vuol dire trasformare una tradizione fortemente simbolica in un obbligo a cui si può derogare. Tutti si ritrovano impoveriti.
E se per alcuni questo contatto è proprio inaccettabile? Si possono comunque trovare delle soluzioni. A livello di ipotesi mi chiedo, i due giovani avrebbero potuto inchinarsi? E farlo a tutti, maschi e femmine, al posto della stretta di mano, perché per noi l’uguale rispetto indipendentemente dal sesso dalla razza o dal censo è un valore che non si può contrattare. Ripeto solo un’ipotesi, a mo’ di esempio. Se veramente il contatto con una donna è inaccettabile, la mancanza di rispetto verso una donna pure lo è.
Ma il vero problema non è la richiesta di questa famiglia. Chi lavora nella scuola sa che le richieste sono molte, e a volte anche strampalate. Il vero problema è l’incapacità di rispondere. Un dirigente scolastico intervistato da un giornalista televisivo ha sostenuto che dopo diversi colloqui, avendo constatato la irremovibilità dei genitori si è deciso di concedere la dispensa. Una buona notizia per tutti! Fate qualunque richiesta, basterà essere testardi e sarete accontentati. Una brutta notizia per tutti: si afferma che chi è meno disposto al dialogo sarà più facilmente accontentato. Il messaggio che è stato lanciato va ben al di là del caso concreto di cui stiamo parlando.
L’assenza di risposte è figlia anche di una concezione della laicità dello stato basata sul rifiuto. Laicità come azzeramento e non come uno spazio di espressione comune in cui sono da rispettare i valori fondanti di una società. Abbiamo molti campioni di questa laicità basata sul rifiuto. Con un occhio bendato e una mano sull’altro procedono baldanzosi finendo per urtare contro tutti gli spigoli che la convivenza civile presenta. Considerano la religione una semplice credenza arbitraria con la quale c’è poco da discutere, dividono le persone in categorie, e poi non sanno come affrontare le questioni che sorgono dal vivere insieme. L’unica possibilità rimane la frammentazione in gruppi che vivono secondo regole proprie.
Lasciamo in pace i due ragazzi di Therwil e chiediamoci: noi che società vogliamo?

Alberto Palese

Nato nel 1966 a ridosso del confine italo-svizzero nella stessa zona di frontiera è cresciuto e ha studiato. Sposato con un figlio. Laureato in Biologia e Dottore in Teologia, nella sua vita ha fatto principalmente l’insegnante, professione che gli suscita sempre entusiasmo, e qualche mal di capo. Oltre che alla formazione e al lavoro si è dedicato alla musica e ad esperienze di volontariato nella cooperazione internazionale, nel commercio equo e in tanti altri formidabili incontri con uomini e donne di questo tempo.

Negli anni ha avuto allievi di tutte le età e ha avuto la fortuna di insegnare diverse materie. Attualmente è docente di scienze naturali nelle Scuole Medie cantonali e coordinatore dell’istituto Religioni e Teologia della Facoltà di Teologia di Lugano. Appassionato del rapporto tra scienza, cultura e religione continua a esplorare il mondo lungo le frontiere tra genti, discipline, pensieri, nazioni.

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