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Matrimonio e diritti: cosa accade? Intervista a André Marie Jerumanis


di Stella N’Djoku

Il referendum in Irlanda di qualche tempo fa, che ha sancito il riconoscimento legale del matrimonio omosessuale, ha molto diviso l’opinione pubblica: c’è chi ha gioito e chi ha denunciato la “sconfitta per l’umanità”. Lei cosa ne pensa a riguardo?

Occorre capire le prospettive diverse che animano i diversi campi che si sono confrontati in Irlanda. Da una parte c’è chi vede nel referendum l’espressione della volontà popolare in favore di un cambiamento sociale che ha unito tutti coloro che considerano che i tempi cambiano e che bisogna adeguarsi al “trend” attuale; c’è chi ne ha fatto un voto di protesta contro una società fortemente dominata nel passato dalla Chiesa cattolica con errori evidenti alla luce delle categorie d’interpretazione odierne; c’è chi ne ha fatto una battaglia ideologica basata sulla cultura del gender secondo la quale l’identità sessuale è solo un elemento culturale scelto; c’è chi sotto la bandiera dei diritti umani e dei diritti civili si è impegnato per una società più giusta dove vengono riconosciuti tutti i diritti degli omosessuali. Dall’altro lato c’è il gruppo di coloro che in Irlanda hanno espresso “tristezza” per il risultato, si tratta del comitato “Si alla famiglia” che riunisce numerose associazioni cattoliche ed evangeliche. Il sociologo Massimo Introvigne spiega la ragione del risultato nel modo seguente: «l’esito è stato pesantemente condizionato dalla decisione del governo di introdurre nel gennaio 2015 quella che è diventata la legge del 6 aprile 2015, la quale consente alle coppie omosessuali – all’epoca, ovviamente, non sposate – l’adozione di bambini senza alcuna limitazione. L’argomento più forte di chi si opponeva in Irlanda al matrimonio omosessuale era: “attenzione che se passa il matrimonio arriva anche l’adozione”, e all’adozione la maggioranza degli irlandesi era contraria. Introducendo l’adozione prima del referendum, governo e parlamento hanno svuotato la consultazione di gran parte della sua sostanza». Non si potrà negare che di fatto i figli nati in una famiglia hanno il diritto “naturale” di avere un figura paterna e materna. Il buon senso ce lo insegna. Riconoscere la dignità delle persone omossessuali implica anche necessariamente una presa di coscienza dei doveri verso la società intera e in modo speciale verso il figlio la cui dignità non è possibile cancellare nel nome di un desiderio. Si tratta di una questione di giustizia.

Qui in Ticino invece, qualche giorno fa alcuni giovani simpatizzanti del Partito Socialista hanno proposto di abolire il matrimonio civile perché “obsoleto”. Come mai alcuni movimenti si battono con forza per estendere a tutti il diritto del matrimonio e altri, invece, propongono di abolirlo del tutto, anche nei confronti degli eterosessuali?

Il riconoscimento del matrimonio omosessuale si inserisce nella volontà di normalizzare una situazione vissuta con sofferenza e con sentimento di discriminazione, mentre il desiderio di abolire il matrimonio nasce dalla volontà di privatizzare un bene che in realtà non è mai solo un realtà privata. Ricordiamo che nel socialismo utopico c’era il disegno di abolire non solo la proprietà privata ma anche la famiglia. E’ una delle tesi della cosiddetta Scuola di Francoforte a partire dagli anni venti.

Qual è la sua opinione personale in merito a questo dibattito?

Vorrei solo riprendere le parole del filosofo del diritto il Prof. D’Agostino “Il matrimonio eterosessuale non è un istituto tipicamente cristiano. È presente in tutte le culture e in tutte le epoche. La dottrina cristiana puntella un modello naturale ma non lo fonda. Ciò che aggiunge all’istituto del matrimonio è la dignità sacramentale ma riconoscerlo come sacramento è questione che riguarda i credenti. Infatti i cristiani hanno sempre riconosciuto anche la validità del matrimonio non sacramentale, che ha la stessa funzione sociale di garantire l’ordine delle generazioni.”

Educazione e matrimonio. Come si conciliano?

L’educazione deve ritrovare il senso della paidea del mondo antico che mirava alla formazione della persona. In questo senso l’educazione non è solo istruzione ma dialogo con l’altro nel senso socratico della maieutica che crede nella capacità di ciascuno di arrivare alla verità. L’educazione come lo dice Francesca Bonicalzi Recla può essere intesa come diventare se stessi dentro una storia (la mia) e nella storia (la tradizione). In modo particolare possiamo applicare questa definizione all’educazione sessuale che deve mirare al diventare se stessi nel riconoscimento della differenza intra-personale che marca ciascuno essere umano, e che deve accogliere come suo in relazione all’altro differente di me all’interno della sua società marcata da una tradizione che non è semplicemente un elemento insignificante del passato.

Stella N'Djoku

Nata il 27 giugno 1993 a Locarno, da madre svizzera di origini italiane e padre congolese, dal 2014 collabora con il Giornale del Popolo e il Corriere del Ticino e dirige L'Universo, il giornale universitario inserto di quest'ultimo. È presidente dell'associazione culturale LuciLugà. stellandjoku.wordpress.com

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