Missionarie secolari scalabriniane

Il tandem continua

«Il semestre era appena cominciato e d’improvviso abbiamo dovuto interromperlo»: Christiane, che lavora presso la Facoltà di Pedagogia della Svizzera Nord-Occidentale, ci racconta come, nella fase del distanziamento sociale, si sia potuto mantenere in vita il progetto di «tandem» tra studenti dell’università e giovani richiedenti asilo e rifugiati.

Nella Facoltà erano state programmate delle ore di pratica nelle classi di integrazione per giovani stranieri e alcuni studenti di pedagogia avrebbero dovuto fare visita ai ragazzi rifugiati che vivono in centri di accoglienza.

Dopo un primo momento di paralisi, hanno preso avvio dei tandem virtuali attraverso il cellulare o il computer: da una parte uno studente o una studentessa di pedagogia e dall’altra un giovane rifugiato. I riscontri dei partecipanti sorprendono e incoraggiano a continuare. Eccone alcuni:

«Ieri ho avuto il colloquio con tre ragazzi iracheni. Mi hanno detto cosa fanno tutto il giorno. Si stancano molto a rimanere in casa. Non possono fare nessuna attività: né scuola, né corsi, né sport… In tutto sono in sette, chiusi in tre stanze. Capisco la loro situazione: deve essere molto noioso per loro questo momento. Gli ho fatto coraggio, perché speriamo che presto tutto torni normale. I tre ragazzi mi risultano davvero simpatici». (Michael)

«Oggi ho sentito Tedros per telefono. Il colloquio si è svolto incredibilmente bene. Sono entusiasta della motivazione che spinge questo giovane eritreo.

Ci siamo messi d’accordo che ci sentiremo due volte alla settimana. Se per caso, però, avrà dei dubbi mentre fa i compiti, mi potrà sempre scrivere. Non vorrei che lui si sentisse sempre nel ruolo dell’alunno, per questo abbiamo deciso che la prossima volta mi potrà raccontare qualcosa della storia e della geografia dell’Eritrea. Penso che questa nostra collaborazione andrà benissimo. Mi sono reso conto che un gesto così piccolo può dare una grande gioia a una persona» (Denis).

Anche i giovani richiedenti asilo hanno scritto:

«Ieri ho parlato con una studentessa della Facoltà di Pedagogia. Si chiama Sabine e per mezz’ora abbiamo parlato delle varie professioni, dei film svizzeri e di altre cose. Questo progetto mi piace molto e raccomando a tutti i miei compagni di iscriversi. È molto istruttivo!» (ragazzo afgano).

«Da tre settimane non esco più di casa. Condivido l’alloggio con altri quattro giovani eritrei. Ho pensato che non avrei resistito più a lungo… In Svizzera sono solo, non conosco nessuno. Adesso mi chiama una studentessa durante la settimana e chattiamo. Ci siamo raccontati tante cose e abbiamo riso molto. Non vedo l’ora di conoscerla di persona, quando potremo incontrarci. Sono molto contento di questo contatto. Grazie» (ragazzo eritreo).

Anche la conversazione di tedesco, un appuntamento del venerdì sera al Centro Internazionale Scalabrini (IBZ) di Solothurn con giovani ed adulti, persone del posto e richiedenti asilo e migranti da poco arrivati in Svizzera, si svolge adesso in linea. Questi contatti rimangono un arricchimento per tutti, mentre l’isolamento diventa più sopportabile.

Un amico svizzero, che normalmente non è un grande amante della tecnica e che all’inizio si mostrava un po’ scettico, si è fatto aiutare dalla figlia a installare le app necessarie sul computer per poter proseguire con un giovane curdo la conversazione sul tema dell’arte.

In questi giorni ci ha raggiunto un suo messaggio: «Grazie a tutto questo si è aperta nella mia vita una porta attraverso la quale ho potuto conoscere un mondo di cui finora avevo sentito parlare solo nei mezzi di comunicazione. Il fatto di conoscere direttamente alcune persone con le loro storie rappresenta per me un grande arricchimento».

Christiane

27 Aprile 2020 | 18:38
covid-19 (71), migranti (363), missione (184)
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