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Il silenzio che non t’aspetti


di Corinne Zaugg

Vi sono cose che non hanno prezzo. La soddisfazione, per esempio, o l’amicizia, e quei brevi flash che spesso ci colgono del tutto imprevisti e inattesi, chiamati felicità. Sopra tutti, però, ve ne sono due, che il nostro modo di vivere ha reso rari e perciò  ancora più preziosi: uno è il tempo che sempre fugge e mai c’è, e soprattutto mai basta, e l’altro è il silenzio. Quest’ultimo poi, è divenuto merce rarissima in un società che ha fatto del rumore la sua colonna sonora dominante. Nelle nostre città, nelle nostre case, nelle nostre vite, il silenzio è il grande assente. Anzi, è praticamente impossibile crearlo da noi. Dobbiamo, se ne vogliamo godere, andare a cercarlo altrove. E non sempre lo troviamo. C’è sempre un clacson che ci raggiunge. Un vicino che taglia il prato. Una musica di sottofondo. Per difenderci da questi attacchi, che sempre e comunque, in una forma o nell’altra ci raggiungono, abbiamo sviluppato una sorta di impermeabilizzazione di fronte alle fonti di rumore. Le parole –spesso il rumore più presente- raggiungono sì le nostre orecchie, ma non ci entrano dentro, non le sentiamo neppure più. Viviamo immersi nei rumori, ma non ce ne rendiamo quasi conto. Anzi, sembra che abbiamo perso la capacità di ascoltare e con essa, anche quella di ascoltarci.

A tutto questo deve aver pensato Raoul Haspel, cantante austriaco, realizzando il suo ultimo successo che del tutto inaspettatamente, in pochi giorni, ha scalato le classifiche europee. “Schweigeminute”, si intitola così il suo brano e in effetti, proprio di questo si tratta: di un minuto di silenzio. Di puro, cristallino, assoluto silenzio. Un bluff? Un modo per far soldi a poco, pochissimo prezzo? Con poco, pochissimo sforzo creativo? Sì e no. Nel senso che questo minuto di silenzio è offerto e dedicato ai morti del Mediterraneo. A tutti coloro il cui sogno di una vita migliore, è naufragato in fondo al mare. Allo stesso tempo ha spiegato Haspel, si tratta anche di un atto d’accusa al governo austriaco per le sue fallimentari politiche in materia di accoglienza. Per ogni versione di “silenzio” scaricata, un euro e mezzo va in favore di un progetto per profughi. Quindi una finalità assolutamente meritevole. Fa tuttavia riflettere che per parlare di un tema così importante e attuale, il mezzo più efficace, si sia rivelato il silenzio. Ma che cosa lo rende così efficace, mi chiedo? Pago. Scarico il pezzo. Clicco col dito. La traccia del sonoro si fa piatta. Non sento nulla. Resto come ipnotizzata a seguire quel filo di suono che non c’è. E dalla sua assenza mi faccio trasportare. Il pensiero si attiva, inizia a volare, e liberamente va a ripescare quelle immagini mille volte viste di sbarchi, di disperazione, di morte. Il silenzio le amplifica, l’assenza le ingrandisce. Il pensiero continua, galoppa in quella prateria silenziosa, ritorno a me e mi ritorna come un bumerang: ricordi, presente, passato, si accavallano, sgomitano per farsi strada, per essere presi in considerazioni, per essere ascoltati. Mi lascio trasportare. Lo sguardo su quella linea di silenzioso nulla. Ma veramente di nulla si tratta? Da dove arriva, allora tutta quell’urgenza, quelle parole che urlano dentro, quelle immagini che vorticano. Il minuto è passato, trascorso, resto ancora lì. Oltre il suo tempo. E rifletto su tutte quelle persone, sui loro desideri, le loro speranze. Rifletto su di me. Cosa faccio per loro. Come penso a loro. Ma p enso a loro?E in silenzio i pensieri mi portano dove non so, dove non immagino. Dove da molto non sono più stata.

Non sei stato il primo ad aver avuto questa idea, caro Raoul Haspel. Ci aveva già pensato John Cage, anni fa, deliziandoci con ben 4 minuti e 33 secondi di puro silenzio. Ma non fa nulla. Ti sono comunque riconoscente del viaggio che mi hai fatto fare. Del silenzio che mi hai regalato. Del tempo che mi hai restituito, interrompendomi nel mio quotidiano fare.

Spero davvero che il popolo dei naviganti e dei naufraghi possano avere un concreto beneficiare dei soldi raccolti. Magari a qualcuno, in questo minuto di pausa, in questo silenzio dedicato ai morti del Mediterraneo, vengano in mente parole e mezzi efficaci per porre fine a tutto questo.

Corinne Zaugg

Un marito, quattro figli, un cane. Da sempre scrivo: la vita, la gente, le cose. Per questo, dopo il liceo a Lugano, la facoltà di Lettere all’Università Cattolica. Dieci anni a Milano: la metropoli, ogni cosa a portata di mano, dal teatro alla brioche appena sfornata. Poi il ritorno in Ticino e l’inizio di una ininterrotta collaborazione con il Giornale del Popolo. Cronaca, pagine speciali e “La panchina”: rubrica a pié di pagina, spazio informale dove scambiare due parole su quello che passa per la testa e dal cuore.

Poi la scoperta di una nuovo mondo: quello dei cristiani perseguitati. Dal 2000, l’esperienza professionale con “Aiuto alla Chiesa Che Soffre” e tanti viaggi ai confini del mondo, là dove la fede fa la differenza. A volte addirittura tra la vita e la morte. Con tanti, nuovi incontri che segnano e cambiano. Mentre c’é spazio e tempo per sempre nuove passioni: per la storia e la vita delle donne, per esempio. Ieri e oggi. Qui e altrove. Nella società e nella Chiesa. Per arrivare ad oggi. Con un marito, sempre lo stesso, quattro figli ormai adulti e un cane. Diverso.

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