Cristina Vonzun

Il coraggio di sospingere la Chiesa là dove si giocano le sorti dell’umanità

C’è chi ha scritto che il viaggio di papa Francesco in Iraq sarà ricordato come «il» viaggio del pontificato. Tra i tanti accenti e le molte sottolineature che sono emerse, il collega Lucio Brunelli, già direttore dell’informazione di TV2000, nel suo blog ha scelto di proporre lo sguardo degli inviati di guerra: i giornalisti che in quelle terre avevano già viaggiato ai tempi del tragico conflitto. Lorenzo Cremonesi tornato a Mosul e Qaraqosh, dopo aver rischiato la vita, negli anni passati, documentando per il Corriere della Sera le barbarie dell’Isis e la cacciata dei cristiani dalle loro case. Ha ritrovato persone che aveva conosciuto, situazioni vissute. Ecco come Cremonesi racconta, sul Corriere dell’8 marzo, il passaggio del Papa fra le rovine di case e chiese distrutte: «Ieri la sua tappa è stata il pellegrinaggio del dolore: Mosul, l’ex capitale del Califfato; Qaraqosh, uno dei villaggi devastati; Erbil, la città curda rifugio dei cristiani in fuga. «Ci siamo salvati per il rotto della cuffia. La sera dell’8 agosto 2014 i militari curdi hanno abbandonato le prime linee senza avvisarci. L’Isis aveva sfondato. Uno dei soldati cristiani passò a dirci trafelato che avevamo meno di due ore di tempo. Dopodiché Qaraqosh sarebbe stata catturata dai tagliagole», ricorda Rafet Daho, 58enne venditore di spezie, che due anni fa è tornato, trovando la sua abitazione completamente saccheggiata e bruciata». Alberto Negri – già inviato de Il Sole24 ore e collaboratore de Il Manifesto, così ha scritto il 7 marzo commentando l’incontro tra il Papa e l’ayatollah Al-Sistani: «Questa volta si sono dette cose completamente diverse da quelle che abbiamo dolorosamente conosciuto dell’Iraq. Nei cartelloni di benvenuto al Papa lungo la strada maestra di Najaf campeggiava la scritta «Voi siete parte di noi e noi siamo parte di voi», con sotto raffigurati i volti di Bergoglio e di Al-Sistani. In una stanza spoglia, con due divanetti, un tavolino, una scatola di fazzoletti appoggiata e un vecchio condizionatore sulla parete intonacata, il Papa e Al-Sistani si sono guardati negli occhi. Nessuno dei capi occidentali lo aveva mai incontrato in questi decenni». E ancora: «In poche ore Bergoglio in Medio Oriente sta facendo più di chiunque altro in un secolo di guerre e massacri, di falsi accordi e di pacificazioni effimere. Cosa sono la politica e la diplomazia? Eccole, nel segno di Abramo, e le porta un uomo testardo vestito di bianco. Cos’è il coraggio di cambiare il mondo? È quello di Bergoglio che in direzione ostinata e contraria, quando tutti lo sconsigliavano dall’andare in Iraq, ha sfidato i consigli più ipocriti (…)». A queste voci vorrei aggiungere quella di Maria Grazia Zambon, giornalista di Milano che vive da anni in Turchia. Zambon ha seguito la diretta della Messa papale celebrata ad Erbil con una famiglia di profughi cristiani, riparati in Turchia. Scrive nel sito della diocesi di Milano: «Mentre aspettiamo l’arrivo del Papa, mi mostrano qualche foto sul cellulare: uniche «reliquie» preziose che conservano nella loro fuga improvvisata. Yusuf mi dice che è scampato per miracolo alla strage compiuta da un gruppo armato a Mosul. Nadir confessa quasi con vergogna di essere fuggito dall’Iraq dopo essersi rifiutato di arruolarsi e aver visto il fratello assassinato dall’Isis. Si asciugano le lacrime con la manica del vestito più bello, messo appositamente per «assistere degnamente» alla Messa con il Papa ad Erbil, la loro città. Loro, ammirano papa Francesco per non essersi rassegnato né al virus della guerra e dell’odio, né al Covid 19». Voci autentiche, figlie della carne ferita del Medio Oriente. Voci e storie che ci aiutano ad intuire un po’ di più perché il Papa sospinge la Chiesa, là dove si giocano le sorti dell’umanità.