Corinne Zaugg

Il blog di Corinne Zaugg

di Corinne Zaugg

Per favore, non chiamateci ” donna «. Non parlate di noi come se fossimo tutte uguali e riducibili ad una. Come se esistesse un’unica matrice a cui conformarci e tutto il resto fosse errore. Siamo donne. Ognuna col suo mondo dentro. Col suo sorriso speciale. Col suo cuore unico. Per favore non continaute a parlare di noi senza parlare con noi, non inventatevi quote rosa o teologie a parte, che hanno noi (al singolare) per oggetto, come se appartenessimo ad una specie diversa. Riconosceteci il diritto alla diversità senza per questo confinarci in una realtà altra. Non riteneteci semplicemente complementari, incompiute se sole, da considerare solo in relazione a…. Siamo donne. Ciascuna con la sua storia e il suo particolare di modo di leggere la vita, l’amore, il lavoro. La ” donna ” non esiste se non come oggetto astratto, frutto di una idealizzazione, di un sogno : un’icona, immutabile nel tempo e nella storia. Invece noi siamo in cammino. Da centianaia di migliaia di anni camminiamo per andare a prendere l’acqua al fiume, per lasciarci alle spalle una guerra, per sottrarci alla violenza degli uomini. Da oltre un secolo camminiamo verso la conquista del diritto all’istruzione, al matrimonio per libera scelta, al voto, all’autodeterminazione. E oggi, non solo camminiamo, ma addirittura attraversiamo la vita a passo di corsa –perennemente in ritardo- per portare a scuola i nostri figli, accudire i nostri anziani, portare a casa un salario, con il perenne sentimento di dover convincere tutti quanti, e noi per prime, che ce la possiamo fare. Sempre e in ogni situazione. Come se fosse un dovere o una nostra condanna, dover sempre dimostrare qualcosa. Siamo fatte così. Ognuna a modo suo, in preda ad una perenne inquietudine, incapace di fermarsi, di sostare. Di tirare il fiato. E questo da centianaia di migliaia di anni. Da sempre, direi.

Ma questa fatica oggi è la nostra forza. Questo nostro corpo che mese dopo mese ci parla della nostra fisicità, ci confronta con l’eventualità di una maternità, ci rammenta la nostra biologia, ci ha abituate a prenderci cura di noi, a leggerci dentro, a seguire dei tempi e a fare dei calcoli, che superano le nostre decisioni. Sul e nel nostro corpo sperimentiamo che le cose possono anche accadere, senza che vi sia il concorso di alcuna volontà da parte nostra. Ascoltarci ci ha portato ad ascoltare. Leggerci dentro, a guardare nel profondo dell’animo di chi abbiamo di fronte, mentre prenderci cura del nostro corpo ci ha insegnato a prenderci naturalmente cura di chi e di quanto ci sta intorno : gli altri, le cose, il pianeta. Per questo siamo lì dove la vita nasce e dove muore. Dove fa fatica e dove si ammala. Per questo : e non perchè non siamo capaci di fare altro, perchè non sappiamo guidare un camion o volare nello spazio. Non perchè la vita ci appassione là dove essa è fragile o neonata, non sappiamo pensare in grande. La medesima sollecitudine la dimostriaramo quando siamo chiamate a ricoprire ruoli di guida : alla testa di un’ azienda, di uno Stato. E se ancora oggi le percentuali ci mostrano carenti in questi luoghi, è perché diamo la precedenza ad altro e soprattutto perchè il potere non ci seduce e non ci attrae. La nostra storia è segnata dalla collaborazione : una donna da sola nulla avrebbe potuto, per sottrarsi a leggi sociali che la volevano invisibile e dedita unicamente alla cura domestica. Solo unite, le donne sono riuscite a conquistarsi quei diritti di cui in Occidente, oggi godono.  E pertanto non siamo abiutate a trovarci ai vertici, sole. Non abbiamo l’indole del guerriero solitario. Ma quando accade, siamo brave. Addirittura più brave. Oggi le mimose le accettiamo con gioia. Con riconscenza. Con commozione. Sotto sotto, anche se non lo diciamo, sentiamo di meritarle e ce le appuntiamo sul petto pensando a chi ci ha precedute, a chi per noi ha lottato, sfilato, combattuto. Mentre il nostro pensiero corre anche alle donne per le quali queste libertà ancora sono delle chimere. Donne per le quali il pozzo a cui attingere l’acqua, continua ad essere lontano.

8 Marzo 2015 | 13:00
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