Rolando Leo

I giovani chiedono di essere accompagnati con autenticità

Abbiamo terminato gli incontri sul sinodo dei giovani sabato scorso.

Si è trattato di sei incontri: il primo è avvenuto in agosto durante la settimana a Taizé con una ventina di giovani insieme ad un gruppo di italiani, mentre gli altri cinque si sono tenuti presso il nostro centro pastorale San Giuseppe a Lugano.

Senz’altro per noi operatori nel vasto e variegato campo della pastorale giovanile si è trattato (e si tratterà durante anche il prossimo anno pastorale) di un’occasione unica, storica, speciale: poter mettere al centro della Chiesa, a livello sinodale, il giovane e ciò che pensa delle nostre grandi strutture, della gerarchia, di vescovi, di cardinali e del Papa!

Dal documento del pre-sinodo, scritto dai ragazzi riuniti a Roma nel marzo scorso, si percepisce questo desiderio di avere una Chiesa incarnata, presente in tutte le sfaccettature della vita delle persone giovani che necessitano di un accompagnamento e giocoforza di un orientamento nella «giungla pervasiva delle persuasioni elettroniche» (come scriveva Michele Fazioli nello scorso numero della rubrica «aria di sabato») ed in un mondo valoriale sempre più distratto ed economicamente complesso.

I ragazzi parlano in prima persona e chiedono insistentemente di esserci: nella formazione della personalità e della relazionalità, nelle scelte future della loro vita, nel rapporto con la tecnologia, nella ricerca del senso della vita, nel recupero di un rapporto personale con Gesù e di riflesso con la Chiesa medesima pur coscienti del fenomeno della privatizzazione della fede nel mondo di oggi, nella riscoperta e nel discernimento di un senso vocazionale della vita (non limitandosi alla vocazione religiosa, pur importante, ma parlando di vera e propria vocazione alla vita a tutto campo). Insomma, i giovani chiedono proprio di essere accompagnati con autenticità, chiedono una Chiesa vicina, credibile, dove i protagonisti siano loro stessi, valorizzati, ascoltati e presi sul serio. Ovunque! Dalla Chiesa, alla scuola, al bar, alla caffetteria, ai luoghi più informali, ma anche in ospedali, carceri, orfanotrofi e zone di guerra …

Anche i nostri ragazzi in diocesi non hanno mancato di citare gli ambiti in cui già la Chiesa è presente nel mondo dei giovani e in cui va potenziata: pastorale giovanile, GMG, ritiri, gruppi giovanili accompagnati in contesti vari. Così come anche ci vuole un potenziamento nei media, nei multimedia, nell’arte, nella meditazione, nella preghiera ed adorazione, nello spazio da dare alle testimonianze di vita di fede.

Insomma … una Chiesa tutta ancora da giocarsi!

In queste serate a Lugano sono stati invitati alcuni amici atei o agnostici, in ricerca o meno, ma non abbiamo mai avuto l’onore di averli. Abbiamo invitato dei giornalisti e il direttore di Caritas Lugano, oltre che qualche giovane adulto che è cresciuto fra le maglie della pastorale Giovanile Diocesana e all’ombra dell’Azione Cattolica.

L’intento era di condividere con loro e di avere se mai opinioni o suggerimenti ulteriori sul «da farsi» nella Chiesa e dintorni anche da noi.

Sono uscite delle proposte, alcune che già da decenni ciclicamente si pensano e qua e là si riescono ad attuare: uscire dalle Chiese, dalle sagrestie, andare verso le periferie, verso il 90% dei giovani che non raggiungiamo.

Sono un po’ sempre due le anime: quella che esce e si mischia nella folla civile, laica del mondo, e quella che cerca un ambito più mistico, profilato, che richiama ad una santità più vera. L’umanità oscilla come un pendolo, sempre, ha le sue stagioni ma … come in ogni contesto, in medio stat virtus.

Anche nei nostri gruppi, in cui erano presenti giovani laici e giovani rappresentanti degli istituti di vita consacrata attivi sul nostro territorio, si sono ripresentate le due visioni. Forse una vera novità uscita ultimamente è stata quella di integrare, di integrarsi, di essere più presenti nelle proposte della società laica (incontri, manifestazioni, gare, concerti, …) … essere nel mondo ma non del mondo.

Continueremo a riflettere a provocarci a vicenda, evitando di sederci sui falsi allori e di crogiolarci autocompiacendoci, dicendo che «è bello ciò che facciamo, che in fondo siamo bravi e che va bene così». Mettere le scarpe ai piedi, come disse papa Francesco a Cracovia nel 2016 durante la GMG, significa non accontentarsi, non distendersi sul divano, fare di più, avvicinarsi di più al mondo dei giovani, anche di chi apparentemente magari non è interessato … infatti ogni ragazzo ha nel cuore una domanda profonda di senso ed un desiderio di felicità … purtroppo disatteso ma mai ammesso davvero.

Incontro presinodale a Lugano
29 Maggio 2018 | 15:44
giovani (511), lugano (220), sinodo2018 (100)
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