Cristina Vonzun

Giovanni Paolo II: profeta di bellezza

Un po’ tutti ci facciamo prima o poi una semplice domanda che forse, in questi giorni di pandemia, abbiamo avvertita più presente del solito: «Chissà a cosa rassomiglia il Paradiso?». Forse chi, per passione o per mestiere, si trova a trascorrere molte ore nella natura, ha più occasione di altri di pensarci e può anche azzardare una risposta: «Il Paradiso, spero che rassomigli a questa o quella vetta che ho raggiunto, a questo o quel panorama che ho contemplato, da lassù». Certo, ci vogliono le condizioni ambientali perfette, il classico giorno «baciato dal sole», istanti che si vorrebbe fossero eterni, una sorta di evangelico Tabor. Ma accade anche il contrario: l’ira della natura… e lì bisogna mettersi al riparo. San Giovanni Paolo II, al secolo Karol Wojtyla, nato 100 anni fa, il 18 maggio 1920, in un villaggio alle pendici dei Monti Tatra, in Polonia, era un uomo che aveva le montagne e l’amore per la natura nel DNA. Lino Zani, guida alpina del Papa polacco in innumerevoli escursioni, lo ricorda così nell’intervista del collega Gioele Anni che leggete sul nostro sito: «Ne amava il silenzio, la possibilità di far viaggiare lo sguardo dalla cima verso le valli. Le escursioni erano momenti ludici, ma anche di riflessione e soprattutto di preghiera. Aveva un modo mistico di isolarsi dal mondo, in quegli istanti dava l’impressione di essere veramente in dialogo col Signore». Torniamo alla domanda iniziale: «a cosa rassomiglia il Paradiso?» A noi piace pensare che forse -anche grazie a quelle montagne-, anche lui, Wojtyla avrà incontrato -in qualche modo- un frammento di Paradiso. Questa mattina papa Francesco ha paragonato San  Giovanni Paolo II ad un profeta. Ogni uomo e ogni donna, anche un Papa, entra in relazione con la realtà che lo circonda e da questa realtà, in fondo, viene plasmato. È così per tutti, è così per le cose buone e per quello che lo sono meno. Per questo, che tra le infinite lezioni di questo grande Santo Pontefice, la ricerca della bellezza, bellezza che è preghiera (apertura e relazione a Dio, agli altri, a tutta la realtà riletta come sorretta da Dio), contemplazione se -ad esempio- quando vi siamo confrontati, nasce in noi spontanea, una domanda come quella sul Paradiso, non dovrebbe mai venire meno dalla vita di nessuno di noi. Sono molteplici i campi e i luoghi dove questo incontro è possibile: dalla natura (alla portata di tutti), all’arte, alla musica, alla poesia e via dicendo. Ildegarda di Bingen, la grande abbadessa tedesca nata nel 1098 in Germania, Santa e dottore della Chiesa, scienziata, mistica, musicista e teologa, quando venne imposto alle sue monache la privazione della musica disse: «Togliete la musica da un convento e vi entrerà il diavolo«. Parole estreme ma che danno il senso di chi siamo e di come dipendiamo dalla bellezza (credenti e non credenti): nel senso che laddove si privano le persone di ciò che eleva corpo e anima, allora può insinuarsi ogni tipo di divisione (la parola diavolo) e di bruttura umana, di perdita di speranza e quindi di rovina anche etica di tutto il resto. L’uomo imbruttito, credente o non credente che sia, l’uomo che smette di contemplare, perde di vista non solo una dimensione della vita sua e della realtà tutta, di cui necessita (e il papa polacco ne è testimone, come moltissimi Santi) ma soprattutto rimpicciolisce la sua prospettiva, la sua possibilità di crescere, l’occasione di essere toccato da qualcosa che eleva. Da lassù, si deve scendere per ritornare alle proprie responsabilità, ricorda ancora Lino Zani ricuperando alcune parole del papa polacco: «Bisogna saper rinunciare a quello che si è conquistato, tornare indietro e prendersi delle nuove responsabilità». La contemplazione è coessenziale all’azione. Sì, san Giovanni Paolo II, come ha detto Francesco nella messa per l’anniversario, era un profeta: perché è proprio dei profeti ricordare alla propria e all’altrui umanità, chi siamo, da dove veniamo, per cosa siamo fatti e dove andremo. La contemplazione che Wojtyla ha sempre cercato, nella preghiera personale, nell’Eucaristia, nella natura, nell’arte è l’incontro con una bellezza che apre la vita al desiderio profondo di vivere, di donarsi, di sperare e muove a concretizzare tale speranza in opere di bene. La contemplazione vera è relazione, incontro con una bellezza che è vita e dalla vita nasce la vita, nasce il movimento, l’energia, la speranza non il nulla o la morte. Per questo san Giovanni Paolo II è stato un profeta, per me un profeta di «bellezza» in un tempo dove troppo spesso pensiamo di non averne bisogno perché ci sono altre cose «da fare». Della gratuità della bellezza invece, sarebbe bene non credere di non aver bisogno, perché è come se scegliessimo di rinunciare all’irrinunciabile dal profilo umano, a quel Paradiso per cui siamo fatti, non per starci ma per trovare le energie giuste che muovono alle opere, alle idee, alla creatività buona e poi tornare e mettere in pratica. Per il credente questa bellezza è l’irrinunciabile volto della gratuità di Dio per noi.

18 Maggio 2020 | 08:34
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