Missionarie secolari scalabriniane

Giovani e migranti

Durante un incontro per giovani di diverse provenienze al Centro Internazionale G.B. Scalabrini di Solothurn, è stato chiesto a Johannes, eritreo di 23 anni: «Con la situazione che c’è nel tuo paese come hai fatto a reagire, ad andare avanti?».

«La prima cosa da fare è credere in Dio» – ha risposto Johannes – «Nel mio paese una persona non può disporre della propria esistenza, perché per tutta la vita dobbiamo prestare servizio militare. Non possiamo pensare di costruirci una famiglia e di mantenerla. In questa situazione senza futuro, molti di noi devono fuggire, ma anche durante la fuga incontriamo muri inimmaginabili, come per esempio terroristi, gruppi armati, bande, ma anche il deserto del Sahara e il Mar Mediterraneo. Senza Dio non sarebbe stato possibile attraversare tutti questi muri».

La Chiesa è ormai entrata nel vivo della preparazione del prossimo Sinodo dei giovani e lo sta facendo in modo innovativo, coinvolgendoli direttamente. Alla loro voce Papa Francesco tiene particolarmente. E chiede a tutta la Chiesa di ascoltarli. «Troppo spesso si parla di giovani senza lasciarci interpellare da loro… Vorrei dirvi una cosa: la gioventù non esiste! Esistono i giovani, storie, volti, sguardi, illusioni» (Discorso ai giovani in occasione della riunione pre-sinodale, 19/03/2018).

Come missionarie secolari scalabriniane in cammino con migranti e giovani riceviamo il dono di percorrere un pezzo di strada con loro, di raccogliere le loro domande, ricerche, desideri. Sempre di nuovo ci accorgiamo di come entrambi (e molto spesso l’essere giovane e l’essere migrante coincidono) siano accomunati da una grande speranza che li muove e li porta a rischiare tutto per un futuro migliore, impegnandosi per una società più giusta e fraterna.

Scrive Papa Francesco ai giovani. «Mi vengono in mente le parole che Dio rivolse ad Abramo: «Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò» (Gen 12,1)… Quando Dio disse ad Abramo «Vattene», che cosa voleva dirgli? Non certamente di fuggire dai suoi o dal mondo. Il suo fu un forte invito, una vocazione, affinché lasciasse tutto e andasse verso una terra nuova. Qual è per noi oggi questa terra nuova, se non una società più giusta e fraterna che voi desiderate profondamente e che volete costruire fino alle periferie del mondo?

Ma oggi, purtroppo, il «Vattene» assume anche un significato diverso. Quello della prevaricazione, dell’ingiustizia e della guerra. Molti giovani sono sottoposti al ricatto della violenza e costretti a fuggire dal loro paese natale».

Stiamo vivendo il periodo estivo, che per molti giovani è momento propizio per mettersi in cammino, in ascolto, per fare esperienze nuove di incontro con l’altro, con chi è diverso, arricchendosi reciprocamente con la diversità di ciascuno. Lo viviamo in comunione con la Chiesa universale, che si sta avvicinando a questo appuntamento speciale del Sinodo, consapevoli che ogni passo fatto nel mondo per incontrarsi, conoscersi e condividere il desiderio di una società più giusta e fraterna, è un passo avanti di tutta l’umanità per saltare i muri e osare la fraternità.

Giulia Civitelli

17 Agosto 2018 | 21:48
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