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Essere giusti per essere cristiani o essere cristiani per essere giusti?


Il mese di gennaio offre, da molto tempo, ogni anno, da un capo all’altro del nostro Pianeta, una sequenza di occasioni spiritualmente assai coinvolgenti, dalla giornata mondiale della pace (l’1 gennaio) sino all’anniversario della fine della vicenda terribile di Auschwitz, il campo di sterminio emblematico della Shoàh (27 gennaio).
Nella consapevolezza delle radici ebraiche comuni ad ogni persona che desideri cercare di essere cristiana – e l’ebraismo è un universo in cui il pluralismo e l’esistenza di alcuni principi eterni fondamentali sono aspetti compresenti – la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani è una di queste grandi opportunità. Per riflettere seriamente sull’importanza di un valore – il cammino verso l’unità nell’amore del Dio di Gesù Cristo – quest’anno i rappresentanti di diverse comunità cristiane in Indonesia hanno proposto di leggere un passo primo-testamentario – Deuteronomio 16,11-20 – affrontandone un aspetto di grande rilevanza personale e sociale, sul tema della pratica dell’autentica giustizia, espresso dai vv. 18-20: «18Ti costituirai giudici e scribi in tutte le città che il Signore, tuo Dio, ti dà, tribù per tribù; essi giudicheranno il popolo con giuste sentenze. 19Non lederai il diritto, non avrai riguardi personali e non accetterai regali, perché il regalo acceca gli occhi dei saggi e corrompe le parole dei giusti. 20La giustizia e solo la giustizia seguirai, per poter vivere e possedere la terra che il Signore, tuo Dio, sta per darti».
Dal popolo liberato dalla schiavitù egiziana alla condizione delle popolazioni del nostro tempo, la ricerca della giustizia senza scorciatoie corrompenti, facilitazioni indebite, acquiescenze umanamente indegne viene presentata come una strada fondamentale per chiunque aspiri ad essere alla sequela credibile del Nazareno crocifisso e risuscitato e del suo Vangelo di liberazione dal male, dalla sofferenza e dalla morte. L’amministrazione della giustizia per un “tentativo di cristiana o di cristiano”, a cominciare da chi professionalmente è giudice, quale che sia il suo livello di azione, è certamente una responsabilità gravosa.
Se Gesù Cristo e il suo Vangelo sono davvero i suoi punti di riferimento esistenziali, egli non potrà confondere la giustizia evangelica con quella distributivo-retributiva dei codici giuridici. Dovrà applicare con il più lucido e intelligente rigore e la migliore competenza possibile quest’ultima, senza mai scordarsi che sta giudicando non dei “casi” burocratici, non dei “numeri”, ma degli esseri umani, nei cui comportamenti il “bianco” e il “nero” non sono spesso nettamente distinguibili come in una fiction letteraria, radiofonica, televisiva o cinematografica. E un giudice d’ispirazione cristiana, così come chiunque abbia a che fare con l’amministrazione e la pratica della giustizia a livello politico, educativo e sociale e abbia compreso che la sua identità credente non è indifferente in proposito, non potrà che cercare di creare ogni tipo di alleanza, sinergia e collaborazione. A che scopo?
• Da un lato, per denunciare tutti gli atti di avidità, violenza, esclusione, sfruttamento, inquinamento nei confronti di persone e cose che siano scelte di evidente ingiustizia;
• dall’altro, per costruire, ovunque possibile, occasioni di giustizia sociale, economica e culturale sempre più concrete in particolare là dove esse sono più rare (due esempi: le periferie delle città, le zone montane e collinari sempre più spopolate).
Il fenomeno delle migrazioni dal Sud al Nord del mondo, che stanno facendo emergere egoismi e solidarietà di ogni genere, costituisce certamente un terreno su cui un ecumenismo del cuore, della mente, della vita sta facendo e può fare grandi passi avanti per il bene comune effettivo dell’umanità. Un ecumenismo che si interseca con un dialogo interreligioso fatto di gesti concreti, che si tengano alla larga, pur con la difficoltà di tali scelte, dalle minoranze di fondamentalisti religiosi, i quali, se ne sia consci sempre, tradiscono tragicamente le fedi a cui i loro membri dicono di avere e di vivere.
E comunque, un essere umano, non può tentare davvero di essere cristiano, se non si impegna ad essere realmente giusto, ad immagine e somiglianza di quell’ebreo di Galilea, il quale, piuttosto che rafforzare violenza, odio e prevaricazione, è stato disposto, nell’aprile dell’anno 30, a salire da innocente sulla croce e a pagare personalmente le conseguenze di questo stravolgente e coinvolgente gesto di generosità…Un gesto che ha conosciuto e conosce tante donne e tanti uomini capaci di muovere su strade simili, se non identiche, non per se stessi, ma largamente per altri…e certamente non solo perché si dicevano cristiani, ma perché, da tante altre radici culturali e/o religiose, hanno provato e provano ad essere umani…

Ernesto Borghi

Nato a Milano nel 1964, sposato con Maria Teresa (1999) e padre di Davide (2001) e Michelangelo (2007), ha studiato all’Università degli Studi di Milano, conseguendo la laurea in lettere classiche (1988), e, all’Università di Fribourg, la licenza in scienze religiose (1993) e il dottorato in teologia (1996). Dal 2012 ha inoltre il baccalaureato in Scienze Bibliche presso la Pontificia Commissione Biblica. E' biblista professionista dal 1992. Insegna introduzione alla Sacra Scrittura alla FTTR/ISSR "Romano Guardini" di Trento. Dal 2003 è coordinatore della formazione biblica nella diocesi di Lugano e presiede l’Associazione Biblica della Svizzera Italiana (www.absi.ch - canale you tube “Associazione Biblica della Svizzera Italiana”). Dal 2005 è membro del Comitato Etico del Dipartimento Sanità e Socialità del Canton Ticino e redattore della Rivista ticinese “Dialoghi”.

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