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Elogio della lentezza


di Don Emanuele Di Marco
Il precedente contributo si era soffermato sul problema dei numerosi impegni che riguardano i nostri ragazzi. Si tratta di una situazione conosciuta: scuola, hobby, sport, musica e ripetizioni. Le agende dei nostri ragazzi sono riempite sul modello dei più importanti manager mondiali. Non solo: non sono sufficienti numerose attività una dietro all’altra… siccome ogni momento è importante, si assiste al fenomeno del multitasking: più attività nello stesso momento. Ovvero: mentre viene portato dalla scuola allo stadio per l’allenamento, Pierino deve ingozzarsi con la merenda, e nel tempo di attesa nella sala di aspetto per il treno che gli permetterà di raggiungere la scuola di musica, può fare i compiti. Già che ci siamo, nei tre minuti che precedono l’entrata in aula può approfittare della presenza del suo migliore amico, colui che è sempre presente e che sorpassa la fedeltà di ogni “Fido”: lui, lo strumento di onnipotenza: lo SmartPhone. In questo breve scritto, dopo aver ironizzato su alcuni momenti della nostra quotidianità, desidero soffermarmi sull’importanza dell’attesa. È una dimensione fondamentale dell’esistenza umana, consente di approfondire la tensione del proprio cuore verso ciò che sta venendoci incontro. Attendere: etimologicamente, dal latino “ad – tendere”, “tendere a”. Questa tensione può dare sapore o meno a quanto si incontra, nel bene e nel male. “Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi, alle quattro, dalle tre io comincerò ad essere felice. Col passare dell’ora aumenterà la mia felicità. Quando saranno le quattro, incomincerò ad agitarmi e ad inquietarmi; scoprirò il prezzo della felicità! Ma se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai a che ora prepararmi il cuore…”: sono le parole della Volpe al Piccolo Principe, nel famosissimo testo omonimo di Antoine de Saint-Éxupery. Questo è un esempio dei bei risvolti che può avere l’attesa di qualcosa di bello. Nella ricerca spasmodica di riempimento del tempo dei nostri ragazzi, dimentichiamo proprio questo. Stiamo cancellando la preparazione, l’attesa, il tendere a-. Pensiamo agli esempi citati sopra, ma anche le attese più grandi riguardanti le festività (i tempi di avvento e quaresima, a causa delle scelte commerciali, vengono ormai soppresse) ma anche alla già citata adultizzazione dell’infanzia. Persino l’attesa di un bambino… avremmo il desiderio di accelerarla. E quindi la sua stanza, non appena raggiunto il quarto mese di gravidanza, è già addobbata ed i vestiti fino ai tre anni sono già pronti, per non parlare dei passeggini ergonomici con ruote aerodinamiche e impugnatura massaggiante. La vita è fatta non solo di attività continua. Ci sono dei momenti di attesa che hanno una loro dignità, non sono solamente comparti da riempire. Qualcuno li ha chiamati “interstizi temporali”: è una definizione felice, ci aiuta a capire che quei momenti si situano tra un’attività e l’altra. Siccome però, bisogna ammetterlo, le nostre vite diventano un po’ vuote per mancanza di un senso ultimo, l’effetto è di voler riempire anche questi tempi. Ci manca l’attesa, la tensione a qualcosa. E allora si diventa dei continui girovaghi, senza meta fissa. Qual è la terapia per uscire dal virus dello sfruttamento del tempo? Rallentare, concedendo più tempo di quanto necessiti una certa attività. Ma non solo: desidero aggiungere la dimensione dell’attesa come parte fondamentale dell’attività stessa. Sembra un aspetto scontato, ma di fatto non lo è. Siamo abituati a cucinare una minestra in tre minuti o scaldare un risotto al microonde, mentre si attende il treno si hanno mille cose da fare (guardate su un marciapiede alla stazione quante persone “non stanno facendo niente”?), ora le stazioni di rifornimento mettono uno schermo per intrattenere il cliente durante i secondi che servono per riempire il serbatoio… Il compito dell’educatore, genitore, amico… è quello di aiutare i bambini e ragazzi non a organizzare meglio il tempo, ma a viverlo meglio. Insegnando a gustare l’attesa, ad imparare a prepararsi, ad approfondire e quasi ad “immaginare” quanto sta per avvenire. Ciò aiuterà in modo reale a “gustare” una vita non solo fast e speedy, ma soprattutto intensa e cosciente. Vogliamo aiutare i giovani a vivere bene? Insegniamo loro ad attendere, ovvero a tendere a qualcosa. Si nota, nei momenti delicati della vita, chi sia allenato all’attesa. A riguardo delle festività, ma anche nella malattia e nella crescita. Si vede chi è superficiale nelle relazioni umane.
Un ultimo punto fondamentale, che non si deve dimenticare: lo vorrei scrivere ma… vi verrà svelato nel prossimo articolo! Sarà un… esercizio di attesa!

Don Emanuele di Marco

Nato a Lugano nel 1982, dopo la maturità cantonale ha ottenuto il Bachelor of Arts in Primary Education e la Licenza di docente nella Scuola primaria (ASP – Locarno 2005); ha conseguito inoltre il Baccellierato in Teologia (2010) e la Licenza in Teologia Dogmatica (2011) presso la FTL. Nel 2014 ha acquisito il titolo di Dottore in Teologia pastorale presso la Pontificia Università Lateranense, Città del Vaticano. Nel medesimo anno si è diplomato formatore presso l’Istituto San Pietro Favre della Pontificia Università Gregoriana, Roma. Nel 2015 la sua tesi di dottorato è stata premiata dalla Fondazione Aenania a Monaco di Baviera con il Pelkhovenpreis 2015.

Ordinato presbitero della Diocesi di Lugano nel 2011, è stato vice cappellano della Guardia Svizzera Pontificia in Vaticano dal 2011 al 2014. Attualmente è Vicario Parrocchiale della Cattedrale di Lugano, Direttore dell’Oratorio di Lugano, Cappellano della Protezione Civile di Lugano, Assistente dell'Azione Cattolica Ragazzi, Professore incaricato presso la Facoltà di Teologia di Lugano, dal 1 settembre 2017 è Cerimoniere Vescovile e Direttore dell’Ufficio Liturgico della Diocesi di Lugano.

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