Corinne Zaugg

Di Papi ce n’è uno, ed è Francesco

La sorte, il caso o chissà, la Provvidenza, alle volte sembra divertirsi a sparpagliare le
carte per poi riordinarle secondo il suo capriccio o appunto, una volontà che ci sfugge.
Sembrerebbe il caso anche ora. Girato in tempi «non sospetti», uscito a dicembre in alcune
sale della Svizzera italiana e da qualche settimana visibile su Netflix (la società che
distribuisce via internet film, serie televisive e altri contenuti d’intrattenimento a
pagamento) il film «I due papi» di Fernando Meirelles assume oggi, alla luce di quanto
l’attualità ci sta proponendo, un significato tutto particolare. Dei «due papi» si parla infatti
da giorni per via del libro scritto dal cardinale Sarah a sostegno del celibato dei preti nel quale appare un contributo di Benedetto XVI (vedi l’articolo in merito alla complessa vicenda).
Invece si tratta di due episodi separati, distinti e da non mettere in relazione. Una cosa è il
film (che viene definito una «vicenda di fantasia ispirata a fatti reali») e una, la realtà.
Perché di Papi ce n’è uno, ed è Francesco.
Il film di Meirelles, ci porta indietro nel 2005, all’indomani della morte di san Giovanni
Paolo II, quando ai cardinali viene affidato il compito di eleggere il nuovo Papa. Con loro
veniamo introdotti nella cappella sistina (mirabilmente ricostruita), con loro ascoltiamo le
voci di corridoio, con loro assistiamo allo scrutinio, sentiamo sgranare i nomi dei candidati
come se fossero i grani di un rosario e proprio come se fossimo lì, vediamo l’incaricato che
getta nella stufa dapprima tre candelotti che sprigioneranno fumo nero ed infine il risolutivo candelotto che genera la fumata bianca, ad annunciare l’elezione del cardinal Josef Ratzinger, decano del collegio cardinalizio, col nome di Benedetto XVI. È il primo di tanti flash back. Perché il tempo che il film ci racconta è quello che precede immediatamente le dimissioni di papa Benedetto, nel febbraio del 2013. Un tempo che vede il cardinal Bergoglio che attende di essere convocato a Roma dal Pontefice per dimettersi da arcivescovo (nella realtà per raggiunti limiti di età, nel film per via dello scoramento per la
direzione data alla Chiesa da papa Benedetto).
Dal momento del loro incontro (anche questa è una licenza poetica) la vicenda del Papa e
del …futuro papa si intrecceranno, e le dimissioni dell’uno verranno respinte per via delle
dimissione dell’altro. Il brasiliano Meirelles conduce la vicenda con mano felice. Con
frequenti salti indietro nel tempo, ci racconta soprattutto Bergoglio, alla cui vicenda umana
lo si intuisce più prossimo.
Per ogni storia ci vuole un protagonista ed un antagonista e a ciascuno viene affidata la
propria parte. E anche qui, lo schema da servire è questo: ad uno spetta vestire i panni del
conservatore e all’altro, quelli del riformatore. L’uno è isolato, solo ed amareggiato, l’altro
pieno di vita e profondamente immerso nella vita quotidiana, che non ha mai smesso di
frequentare neppure da cardinale. Forse lì, c’è da ravvisare una certa forzatura. Corretta
verso la fine dove le parti sembrano invertirsi e dove, di fronte alla scelta della rinuncia –
davvero rivoluzionaria- di papa di Ratzinger, Bergoglio si appella alla tradizione del «non
si è mai fatto», per scoraggiarlo.
A mio avviso, un film bello: che immagina e ci racconta il dietro le quinte del passaggio di consegne più straordinario ed inedito mai consumatosi all’interno della Chiesa cattolica. E che sembra piacere a tanti, indipendentemente dal fatto che si dichiarino cattolici o meno.

15 Gennaio 2020 | 17:33
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