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Contemplando il Presepe


Il presepe materializza la Natività in figure plastiche: forse un’azione banale? Anche se è un gesto che siamo abituati a rifare ogni anno, per portare il Natale nelle nostre case e nelle nostre chiese, in realtà davanti a quella grotta – che sia pure di cartapesta, di legno o di vero sasso – accadono anche oggi cose straordinarie. Penso a quello che mi è capitato qualche giorno fa, apparentemente niente di eccezionale: in chiesa, seduta accanto ad un bel presepe, vedo d’un tratto avvicinarsi un bambino, fermarsi davanti alla grotta (di cartapesta, appunto) e fissare per alcuni intensi minuti lo sguardo proprio lì, alla mangiatoia vuota che ancora attende l’arrivo di Gesù bambino. Non so dirvi perché, ma d’improvviso mi sono ritrovata a contemplare non solo il presepe, ma il bambino stesso che guardava il presepe con tanta intensità. E d’un tratto anche il mio sguardo si è “svecchiato”, ho percepito una gioia nuova, quasi infantile appunto, davanti a quella grotta. “Se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli”. È a questo punto che ho capito davvero questa frase: se non ci abitueremo a guardare Gesù Bambino con gli stessi occhi di un “bambino” non ne percepiremo mai fino in fondo la bellezza. Perché solo in uno scambio di sguardi tra bambini ci può essere intesa, empatia. Come capire ciò che Gesù Bambino vuole dirci, se ci accostiamo alla sua mangiatoia carichi di problemi e fardelli perlopiù inutili, magari dei veri e propri rancori (parola sconosciuta ai bambini), accumulati nel nostro andare a tentoni incontro alla vita? No, la strada deve essere un’altra: la strada della semplicità, che solo l’infanzia – pensiamo all’infanzia spirituale di Santa Teresina – può insegnarci. Del resto, anche nella Chiesa, tutte le più grandi istanze di riforma sono state portate avanti nel tentativo di ritrovare l’originaria simplicitas evangelica, che significa essenzialmente ritrovare nel proprio cuore l’unica cosa che conta per davvero: il rapporto diretto ed intimo con il Signore e, a Natale, soprattutto, con il Signore fatto Bambino. Tutti i grandi Santi l’hanno intuito: “Non mi riconosceranno perché sarò lattante”, diceva già nel Cinquecento la carmelitana fiorentina Santa Maria Maddalena de’ Pazzi. Dichiarazione di un’incapacità? No: riduzione del proprio essere allo stato più puro, allo stato più vero, quello di “figlia” totalmente dipendente dal Padre. Che questo Santo Natale possa guidarci nella riscoperta di questo vero rapporto filiale, così semplice da capire ma che, a volte, ci sfugge.

Laura Quadri

Nata nel 1990, studia dapprima Scienze religiose e Lettere presso l'Università di Zurigo, quindi diritto canonico presso la Facoltà di Teologia di Lugano e poi Lingua, Letteratura e Civiltà italiana all'Istituto di Studi italiani dell'USI. I suoi interessi di ricerca concernono la letteratura mistica del Seicento, di cui si occupa attualmente, accanto alla collaborazione stabile con la redazione del nostro portale e con il Giornale del Popolo.

Nel suo tempo libero è volontaria presso la Fondazione Vita Serena, che si occupa di organizzare vacanze per persone disabili.

Ama scrivere, nella speranza di riuscire in questo modo a regalare un sorriso alla gente.

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