Denise Carniel

«Chi getta semi al vento, farà fiorire il Cielo»

Più di un anno passato senza scrivere niente. Non è poco. Non è tanto. E’ uno spazio bianco. Una parentesi aperta e chiusa che racchiude tutto quello che si può provare, sentire, e quando possibile, capire. E’ tempo che ci penso, che prima di dormire, mi dico: come si fa a tornare dopo tanto silenzio? Come si fa a parlare di un viaggio, quando siamo partiti in fretta e furia, senza nemmeno dire «arrivederci?» Come si fa a far capire, che per te  il condividere è sempre e comunque «casa»? Non vi rifilerò qualche scusa, sarebbe patetico, ed ingiusto, e vi dirò la verità. La verità è che mi sono sentita persa per mesi, in un dolore profondo e pur avendo molta luce vicino, per qualche mese ho preferito il buio, la riflessione, il capire cosa fare, ancora prima di cosa dire; ho sofferto di un dolore profondo ed insistente.

Mi sono sentita pigra e inconcludente, senza nulla da salvare. Poi più di qualcuno mi ha tirato le orecchie e mi ha detto «prima o poi anche il cuore più resistente si stanca». Adesso posso dirvelo: per qualche mese ho arrancato e basta. Mi svegliavo piangendo e mi addormentavo piangendo. Sono stata costretta ad ammettere che non ce la facevo più. A fare cosa? Ad andare avanti, semplicemente. Non starò qui a raccontare i perché, i quando e i come, perché tanto quelli non interessano a nessuno. So solo che una parte di me assomiglierà sempre a quella bambina che aveva paura del vuoto eppure non riusciva ad ammettere di essere spaventata e se ne stava con gli occhi sbarrati a fissare intorno concentrata su ogni più piccolo rumore, mentre con le manine stringeva  tutto  talmente forte da farsi male. Assomiglierò sempre a quella bambina, ma finalmente ho imparato a dirlo, e ho capito che non c’è nulla di male, ad avere paura.

Siamo distanti persino se viviamo nella stessa casa, per paura di contagiarci l’un l’altro, siamo chiusi in noi stessi ognuno nel suo dolore e nella sua tristezza, ma tutto questo non sarà inutile: avremo imparato che per amore, a volte, è necessario starsi lontani. Ora più che mai bisogna amarsi fortissimo, starsi vicino restando lontani. Pensiamo tutti tantissimo e a quando questa pagina di storia sarà finita, pensiamo a tutto quello che avremo imparato e a tutto quello che avevamo dato per scontato: una passeggiata, respirare a pieni polmoni in un giorno di primavera, un gelato, un abbraccio dopo mesi di lontananza, prendere l’aereo-il treno ed andare dove si vuole, fare festa con gli amici, prendere il sole su una panchina al parco. Ecco è giusto ma credo lo sia altrettanto di ricordarci sempre  che siamo comunque fortunati: perché noi una casa ce l’abbiamo, perché in questa parte di mondo sopra non ci piovono bombe, perché andrà tutto bene se seguiremo poche semplici regole. Torneranno i caffè al bar, le tavolate al pranzo della domenica, le foto in cui sorridiamo abbracciati, in cui ci sentiamo amati. Spero che  quando tutto tornerà come prima, sarà migliore e che daremo importanza, alla memoria del cuore, alla gratitudine, alla gentilezza, alla delicatezza, alla bellezza collaterale; mi fa piacere intravvedere in tutto questo una rinascita comune, un respiro profondo, un battito nuovo, ed aprire gli occhi, l’anima, la mente, perché nessuno sia più isolato, perché abbiamo capito il potere dell’essere «insieme», tornando ad essere umani, inventando nuove tenerezze, facendo compagnia in ogni attesa.

Perché se c’è una cosa ancora più orribile del tempo che trascorre soffrendo, è un ripartire poco vitale. Perché il problema non è riprendere, ma avere cura del dolore, di ogni persona che ne prova. Sempre. Entrare nell’ottica di stare fermi, quando si vorrebbe correre, saltare e ballare, non è semplice, ma dobbiamo «stare» per restare. E anche quando potremmo andare, capire quando vale la pena fermarsi, sarà fondamentale.

Mai come oggi, ognuno deve mettere a disposizione qualcosa di suo per l’altro e dobbiamo dare un significato pieno di valore al concetto di comunità.

È normale che la politica stia attenta agli aspetti produttivi, economici, ma bisogna prima di tutto parlare il linguaggio della vita -anche e soprattutto -quando tutto sembra figlio del terrore.

È brutto morire sapendo che nemmeno chi hai vicino, potrà ricevere l’abbraccio del conforto. È brutto sapere che un amico sta male e non puoi fargli visita, fa male, malissimo, ma tutti possiamo capire come si può fare, a dare il proprio calore, .E questo con la Rete si può fare. Difendiamo, proteggiamo, costruiamo amore per difenderci con calma dal male che avanza e che non è solo il virus: è il male di un mondo che pensava di aver dato le spalle alla fragilità e al mistero. Un mondo poco tollerante e sempre incavolato ora è chiamato a tornare deduttivo e attento. Dipende veramente da ognuno di noi.

Ognuno di noi è un piccolo ospedale che può ricoverare e accudire i malati che oggi esistono. Ciascuno è capace di dare ciò che può dare.

È questo ciò che vorrei sentire oggi: il suono dell’umanità, il suono che fa il mantello da supereroe quando cade. Io voglio essere Robin. Anche oggi.

Non dimenticare mai, non pensare mai di essere alla fine, ma mettiti in discussione, pulendo la decadenza e in ogni istante arrancando verso la purezza, di un futuro tutto ancora da scrivere, pagine bianche, pagine che equivalgono a una magia, la magia di fare. Creando incanto.

Sì, voglio credere che «nel fare» ci sia la passione che ci porta lontano, il desiderio di un volo in cieli immensi, dell’arte di sognare, di entusiasmo, perché esserlo alza le difese immunitarie e difende da molte malattie.

Il potere di accendere luci, di dare senso alle cicatrici, fa in modo che la nostra libertà sia al di là di quattro pareti, ma diventi profonda, allarghi percorsi, crei opportunità, ci faccia sentire simili, fratelli, seppur diversi.

Capire che noi siamo immersi nell’universo e che non potremmo vivere senza le piante mentre le piante resterebbero al mondo anche senza di noi, fa capire che siamo connessi, che siamo legati.  Stare un poco di tempo lontani dai luoghi affollati può essere un’occasione per ritrovare un rapporto con il bosco, cercare le stelle, a partire da quella che è in noi, la stella polare, che per alcuni è fede, per altri è fiducia, ma sempre amore crea. Se si deve scegliere chi salvare tra noi e il mondo, oggi è il momento di scegliere il mondo. E solo questa scelta può salvare anche noi stessi.

Guardare oltre se stessi, come fanno i medici che noi chiamiamo eroi: il personale sanitario che chiamiamo «soldati in battaglia» ci dà la giusta prospettiva, perché salvare il mondo vuol dire dare importanza ad ogni singola vita. Perché chi salva un’esistenza lo sa, che ognuno di noi può morire per un motivo qualsiasi nei prossimi dieci minuti, non esiste nessuna possibilità di non morire, ma non è importante questo,

è importante quanta vita c’è in ogni singolo minuto.

Per questo è giusto inginocchiarsi ogni tanto, tenendosi le mani, non per forza in una chiesa, ma ascoltando la storia di qualcuno, come fosse preghiera, Guardare il cielo. Guardare negli angoli di noi stessi da tempo abbandonati, e magari trovarci stupore, meraviglia, trovarci del talento.

L’amore e la morte sono le uniche cose che ci riguardano veramente. Stare molto concentrati sulle cose importanti della nostra vita. I virus non amano i grandi folli, quelli che credono al domani.

Quelli che capiscono che coloro che hanno combattuto aspre battaglie, che hanno patologie pregresse, vanno ancora più protetti, e che i grandi saggi, coloro che hanno tanto vissuto, vanno capiti, coloro i quali capiscono che ci sono categorie sociali per i quali mantenere le distanze è impossibile, e sperano, e sentono.

Mettersi nei panni di chi è nelle strutture protette, e non riesce a farsi la doccia da solo ma ha bisogno di aiuto, mettersi nella condizione di chi va aiutato, mettersi nei vestiti di chi non riesce a gestire le distanze sociali, le mascherine, per i quali la nuova realtà non è solo pesante, ma anche fonte di nuovo dolore reale. Non dimentichiamo tutte queste voci di chi non ha voce, le ombre invisibili di chi è già ghettizzato nella normalità; questo renderà la nostra società più …. pronta.

Ad un abbraccio che non escluderà nessuno. A cui non importerà se sei bambino, se sei vecchio, se sei bianco, se sei nero, se sei disabile, se sei pazzo, se sei escluso, se sei senza casa, se … fai parte di un cliché.

Io spero che questo virus ci distrugga i pregiudizi, vada oltre i cliché o le verità assolute, che ci dia più parità, che grazie ad esso non importerà più tanto «quanto si fa» ma come si fa», che si ritorni alle radici, che si riprendano buone abitudini, che si dia importanza alle attitudini e si benedica la propria salute. E non si sia più sani o malati, perché con o senza più problemi, ma si sia sani quando si è sereni, e ce ne si accorga.

Il normale e il diverso non hanno più il significato di prima: diamogli un senso positivo di uguaglianza e diritti finalmente per tutti.

Non c’è più una visione di spazio precisa: reinventiamola.

Perché se adesso, abbiamo perso la mimica facciale di un sorriso, sotto la mascherina, non abbiamo perso la capacità di parlare, non abbiamo perso la capacità di dare emozione, di sentirci sensibili e mai aridi; si vada dunque oltre nel giudizio, e l’unico metro sia quanto qualcuno ci sia fondamentale, e glielo facciamo sentire, in ogni condizione. A costo di qualsiasi condizione.

Siamo alleati, nessuno faccia il furbo, il fenomeno, a spese di tutti, perché la libertà di uno, è la libertà di tutti. La straordinaria opportunità di collaborare anche con chi, e per chi, non conosciamo, è la cosa giusta. Poco importa l’età.

Che si colgano le giuste battaglie! Non mi illudo che ci sarà un mondo perfetto, ma spero che ci si accorga non solo dei colori primari, ma anche di quanta sopravvivenza ci sia, nelle «sfumature», in coloro cioè per i quali la fine dell’emergenza coronavirus non significherà la fine di un isolamento di altro tipo, ma che potranno contare su molta più comprensione, perché avremo tutti capito cosa sia, perdere tutto.

Sinceramente il mio scrivere è di pancia, senza giudizio, ma so che questo tempo di quarantena può essere vissuto in due modi: o con rabbia, insofferenza, perenne malessere o con un minimo di regole di vita. Io condivido con voi le mie:

Cercare la poesia: nelle cose semplici, nel preparare qualcosa di buono, nel fare qualcosa di creativo, nell’osservazione vera del nostro spazio vitale; chiamate una persona che non sentite da tempo, perdonatevi e perdonate, prendete aria nell’idea che qualcosa è cambiato, prima di tutto dentro di voi. Fa bene.

Abbiate la certezza di aver dato sentimenti buoni, allegria, e un po’ di ottimismo; nella misura del vostro massimo, siate portatori saturi di buone notizie.

Sono cose banali, che sicuramente già farete, ma per me è l’unico sistema, per cercare di immaginare che le cose andranno meglio. Mi piace pensare che

«chi getta semi al vento, farà fiorire il cielo».

Fatevelo dire: dobbiamo aver pazienza. Se questa storia finisce tra due mesi, va bene, ma se finisce più tardi va bene lo stesso. Non sappiamo quando, ma ci aspettano giorni bellissimi.

Torneranno i miracoli, ne sono sicura.

Passate giorni sereni e dimostrate tutto l’amore che provate, se amate qualcuno.

4 Aprile 2020 | 11:38
coronavirus (314), riflessione (14), speranza (94), vita (39)
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