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Che tempo fa?


di Don Emanuele Di Marco
Il tempo è un tema che coinvolge ciascuno, eppure sfugge ad una definizione che riesca a contenerlo: ne è testimonianza la difficoltà a delucidarne i semplici attributi e a trovare un consenso tra coloro che ne hanno trattato l’argomento. Numerosi infatti sono coloro che si sono cimentati nella trattazione sotto diversi profili (dalla poesia alla fisica, dalla teologia alla matematica) considerando da differenti punti di vista il suo scorrere. Pensatori ed intellettuali autorevoli hanno inteso offrire il proprio contributo all’argomento, costruendo varie riflessioni talora persino contraddittorie. Tutto questo si è svolto – non a caso – nel corso dei secoli: mentre si tentava di spiegare o descrivere il tempo, questo ha inesorabilmente proseguito il proprio percorso.
Il XXI secolo appare afflitto da una grande piaga: la mancanza di tempo. Quella che potrebbe essere definita la peste della postmodernità colpisce ogni individuo: per estrazione sociale, età, provenienza, professione o altro . L’intero mondo occidentale si ritrova a dover fare i conti con la paradossale situazione dell’avere a disposizione mezzi di grande rapidità e tuttavia di soffrire proprio la mancanza del tempo . La recente tecnologia ha permesso, tanto all’informatica, quanto ai mezzi di comunicazione, di raggiungere livelli di rapidità impensabili sino a pochi anni or sono. Proprio per questo motivo non si esita a definire simili situazione accelerazione della storia:
La «società dell’accelerazione» in cui ci troviamo a vivere ci mette in effetti di fronte a una contraddizione di impossibile soluzione: per quanto possa risultare consistente la quota di tempo che, grazie soprattutto alle recenti tecnologie dell’informazione e della comunicazione, riusciamo a risparmiare, la sensazione di mancanza di tempo tende comunque ad acuirsi .
La high-speed society, come viene definita, si viene a creare in un particolare incontro tra l’economia neo-liberalista globalizzata e la crescente tecnologia, la quale offre orizzonti sempre più ampi. Tuttavia non si tratta di un fenomeno sorto negli ultimi anni: in tale ultimo periodo vi è stata un’ulteriore esasperazione. Il fenomeno infatti non è nuovo: come abbiamo visto nelle pagine precedenti, già nel Settecento ad esempio, vi fu una prima forma di accelerazione della storia ; ma pure quelle tra la fine dell’Ottocento e la Prima Guerra mondiale (il motore a scoppio, i primi motori elettrici per la ferrovia, ma pure l’invenzione di telefoni e telegrafi). Ovunque attualmente si impone un uso del tempo in modalità veloce, superficiale, sensazionalista .
La velocità del tempo è la conseguenza di un altro tipo di velocità: quella che lega il tempo e lo spazio. Tale velocizzazione dello scambio di informazioni e merci, ma pure delle persone, influisce sullo stile di vita delle persone che si trovano come in un vortice, che li coinvolge e dà il tempo in tutti gli ambiti della vita. L’intensificazione del ritmo di vita diviene quindi un imperativo e, da una prima impressione può sembrare un circolo virtuoso. Tuttavia, ci si rende ben presto conto che tutto questo si trasforma – rapidamente, appunto – in un circolo vizioso dal quale nessuno è esonerato .
Non manca infatti chi identifica l’accelerazione della storia e l’accumulo delle esperienze come una semplice – e concreta – fuga dalla certezza della morte . In questo senso, farcire ogni istante della propria vita consente di evitare (almeno apparentemente) le più profonde domande sull’essere .
La tecnologia attuale sta tentando inoltre di oltrepassare il problema della morte, ripresentando autori e situazioni ormai defunte , creando una concorrenza intergenerazionale e intertemporale.
La società contemporanea si propone come tecnologica e vuole imporsi come capace di gestire il tempo: grande impegno viene indirizzato alla riduzione dei tempi di percorrenza, del lavoro, dell’elaborazione. Si rincorrono le scoperte e le invenzioni che esigono di cambiare le abitudini umane, ma che comunque restano caratterizzate da fenomeni come l’attesa, la pazienza, la perseveranza. Questo crea una sorta di corto circuito che vede da un lato l’esaltazione della velocità, dall’altro i ritmi imprescindibili della natura e della crescita, che a loro volta meritano la giusta considerazione. L’uomo si trova nel centro tra queste due entità, talvolta in grande tensione. L’attuale esperienza del tempo è per la maggiore parte dei casi la constatazione dell’impotenza umana: nonostante i mezzi di trasporto sempre più veloci, l’abbattimento delle burocrazie, l’elaborazione sempre più efficiente, l’individuo vive la consueta sensazione di non avere tempo. Sono quindi crescenti i casi di patologie derivanti da forme di pressione e di stress, indice questo di un malessere della società e dei suoi individui che, con la pretesa di gestire il tempo, è finita con l’esserne pressata. Gli strumenti di misurazione del tempo sono diventati l’unico modo per riuscire a definire l’inesorabile trascorrere di giorni, ore, minuti, secondi, nanosecondi. Meccanizzazione e personalizzazione del tempo hanno senz’altro contribuito ad una modifica radicale del rapporto con questo. Non solo: la frammentarietà delle esperienze ha creato una netta lacerazione della memoria, e come è ben risaputo accantonare il passato significa mettere in difficoltà il futuro e le scelte che ne possono derivare. È il paradosso contemporaneo. Abbiamo molto per risparmiare tempo. Ma non abbiamo mai tempo per gli altri e per noi stessi. Dove sbagliamo? Forse perché non guardiamo più ad un mondo senza tempo, che nel passato era motore della cultura e delle scelte. Già… un mondo che guardava fuori dal tempo, all’eternità. È proprio vero: chi investe tempo nell’eternità, guadagna tempo. Tempo da vivere. Già ora.

Don Emanuele di Marco

Nato a Lugano nel 1982, dopo la maturità cantonale ha ottenuto il Bachelor of Arts in Primary Education e la Licenza di docente nella Scuola primaria (ASP – Locarno 2005); ha conseguito inoltre il Baccellierato in Teologia (2010) e la Licenza in Teologia Dogmatica (2011) presso la FTL. Nel 2014 ha acquisito il titolo di Dottore in Teologia pastorale presso la Pontificia Università Lateranense, Città del Vaticano. Nel medesimo anno si è diplomato formatore presso l’Istituto San Pietro Favre della Pontificia Università Gregoriana, Roma. Nel 2015 la sua tesi di dottorato è stata premiata dalla Fondazione Aenania a Monaco di Baviera con il Pelkhovenpreis 2015.

Ordinato presbitero della Diocesi di Lugano nel 2011, è stato vice cappellano della Guardia Svizzera Pontificia in Vaticano dal 2011 al 2014. Attualmente è Vicario Parrocchiale della Cattedrale di Lugano, Direttore dell’Oratorio di Lugano, Cappellano della Protezione Civile di Lugano, Assistente dell'Azione Cattolica Ragazzi, Professore incaricato presso la Facoltà di Teologia di Lugano, dal 1 settembre 2017 è Cerimoniere Vescovile e Direttore dell’Ufficio Liturgico della Diocesi di Lugano.

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