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Al mio migliore amico e a tutti gli altri: voglio impararti, non perderti!


Si sa che in casa mia i proverbi -come qualsiasi cosa, in realtà- variano in base al contesto. Tipo: “il polipo si cuoce con la sua stessa acqua”, a seconda se siamo in sentimento più marino o più terreno, può diventare tranquillamente “il pollo si cuoce col suo stesso brodo” o cose del genere. Da un paio di giorni, “uccide più la gola della spada” è diventato per me “uccide più l’orgoglio della spada”.

Ma andiamo con ordine.

L’altro giorno ho mezzo litigato con il mio migliore amico e questo blog non so se sia più una riflessione o una sorta di lettera aperta a cuore aperto per quelli come lui (si, ok, per lui) e per quelli come me.

Non credo agli oroscopi, ma leggo quello di Rob Breszny su Internazionale perché lo trovo geniale, una favola continua e almeno, non capendo nulla di quello che dice, non posso farmi influenzare con cose tipo “non hai soldi, non hai amore, non hai amici, ecc”; precisato questo punto, posso dirvi che siamo nati a 5 anni e 2 giorni esatti di distanza, che lui è nato lo stesso giorno dell’uomo più importante della mia vita, mio nonno, ha uno dei miei nomi preferiti da sempre (breve e con la M iniziale, non si scappa!), e che siamo entrambi cancerini (anche se siamo talmente diversi che spesso per scherzare dico che se il segno è lo stesso, allora lui deve avere un ascendente pessimo per essere così rognosetto…). Di uguale abbiamo le radici (almeno in parte), l’entusiasmo, l’essere idealisti, l’energia e la voglia di fare, la paura di cedere; di diverso abbiamo il temperamento: io sono entusiasta, emotiva, energica (ogni tanto un po’ caotica, lo ammetto, ma nel mio caos porto comunque tutto a termine, entro i termini, e davvero bene!, parola mia!), lui è più schematico, rigoroso, quasi maniacale, forse disilluso da troppe cose.

L’altro giorno, organizzando un servizio per un progetto in cui lo avevo coinvolto, dopo essere stata rimproverata da lui per alcune domande intorno alla realizzazione, ho capito che a volte non bastano l’entusiasmo, né la conoscenza, né il rigore, se presi singolarmente. Né l’orgoglio che ci allontana per mesi, quando poi, sfiniti, si fa il primo passo (se e quando lo si fa! Qualche anno fa ci è capitato di non parlarci per mesi!).

Ma l’Io, senza il Tu, non esiste, né tantomeno il Noi.

Ma questo lo dico ora a voi, come vi dico anche che è sbagliato rimanere sempre fissi sulle proprie posizioni per orgoglio, e io l’ho fatto, e spesso mi accorgo di farlo continuamente, come per paura che cedere sia da deboli, per far vedere che ce la posso fare da sola, senza bisogno di niente e di nessuno, che chi non mi ama non mi merita.

La mia mamma mi ha insegnato a prendere il positivo da tutto ciò che vivo, ad essere sempre me stessa, ad essere fiera di chi sono, ma mai orgogliosa, perché l’orgoglio imbruttisce: ti fa camminare forzatamente a testa alta, magari anche tutta impettita per le cose che sei riuscita a fare, che sei riuscita a dire… La fierezza invece è qualcosa di connaturato: è quel filo invisibile che tiene dritta la schiena delle donne coi cesti in testa, la naturalezza dell’amarsi per quello che si è.

In dialetto salentino, lingua della terra da dove parte almeno un quarto delle mie radici, si dice (ve lo do già tradotto) qualcosa simile a: “per impararti, devo perderti”, che, espanso, -se no è un mix tra Rob Breszny e la Sibilla cumana-, significa che ti avrò conosciuto solo dopo che ti avrò perso.

Ma davvero deve essere così? Davvero dobbiamo perdere chi amiamo per conoscerli e capirli?

Se è davvero necessario, allora mi dispiace, ma abbiamo sbagliato qualcosa in questi anni, e dobbiamo tornare “come bambini”, riaprire gli occhi, votarci alla curiosità, continuamente, sperdutamente: solo se si è realmente curiosi e interessati si può conoscere, si può conoscersi, e non rimanere fossilizzati su se stessi e sul proprio orgoglio.

L’ho capito l’altra sera, ad un concerto, pianista sensibile, umile, spettacolare: raramente ho visto toccare i tasti di un pianoforte con la stessa intensità, passione, trasporto. E sono smossa tanto da non riuscire a scrivere nulla di quello che ho visto, perché la bocca non basta, le parole non saranno mai giuste, ingiuste abbastanza, nel senso di traboccanti, fuori misura, come lo è stato il momento; e ho riconosciuto i greci, il loro daimon: mi è successo poche volte, con i versi di alcuni poeti, la passione di alcuni musicisti.

Lasciamoci guidare anche noi dal daimon, lasciandoci trasportare, incuranti della corrente, verso le nostre emozioni, sensazioni, risanando le nostre ferite, riconoscendo gli errori che impediscono i rapporti, ripulendoci dell’orgoglio rabbioso, che appesantisce la risalita.

Stella N'Djoku

Nata il 27 giugno 1993 a Locarno, da madre svizzera di origini italiane e padre congolese, dal 2014 collabora con il Giornale del Popolo e il Corriere del Ticino e dirige L'Universo, il giornale universitario inserto di quest'ultimo. È presidente dell'associazione culturale LuciLugà. stellandjoku.wordpress.com

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