Cristina Vonzun

A scuola di silenzio?

L’altra sera mentre sfogliavo un settimanale, mi sono imbattuta in una serie di indicazioni  su un personaggio orientale definito «maestro di silenzio». Ho letto con interesse e grande rispetto gli step (i passi, passaggi) per imparare a fare silenzio che il maestro orientale propone.

Indipendentemente dalla buona o meno buona griglia di consigli espressi dal maestro orientale che non mi permetto assolutamente di giudicare, la cosa che mi ha colpito è la necessità di «imparare» l’arte del silenzio, quasi che si debba andare a scuola per vivere un elemento che dovrebbe essere connaturale all’umanità di ognuno di noi. Sì, perchè se siamo fatti (o dovremmo essere fatti) per la parola, dovremmo anche essere fatti per il silenzio.

Volete un esempio? Oggi della parola e di parole, scritte, pronunciate, lette siamo tutti saturi. Siamo la società della parola, fosse solo per l’aumento vertiginoso di mezzi di comunicazione, apps e tools di vario genera. L’uomo è comunicazione, è fatto per condividere e mettere in comune con gli altri idee, progetti, pensieri, parole.

Ma il silenzio? Forse oggi c’è bisogno di ricorrere alle scuole di silenzio perchè l’equilibrio tra parola e silenzio è saltato. Si corre dietro le parole, si enfatizza la parola, se ne fa indigestione. Ma di silenzio? Il silenzio lo si «schiva» purtroppo perché non c’è tempo per viverlo, finendo così per diventarne incapaci, addirittura fuggiaschi da questa prospettiva. Oggi quando si cerca il silenzio? Lo si cerca quando sembra che tutto il rumore organizzato o spontaneo dentro cui viviamo ad un certo punto diventa insostenibile. Ma prima? Non c’è modo prima di riportare ordine tra parola e silenzio e di tornare al silenzio da cui nasce una parola saggia? Da dove ripartire?

Oggi l’uomo non vive più un rapporto con la natura, dimenticandosi gravemente di essere non solo «razionale» ma anche «animale». Il nostro rapporto intelligente con la natura è un ambito privilegiato per vivere il silenzio. Oggi si vive «snaturati». La natura che fa parte della nostra umanità, la natura che ci definisce si è persa, smarrita a vantaggio della parola, del pensiero continuamente stimolato, della mente iperattiva. Ma provate in silenzio a contemplare per un attimo  un tramonto, provate a lasciarvi immergere nei rumori silenziosi di una foresta, nell’attenzione allo scorrere di un fiume, nella luce abbagliante e dolce del riflesso del sole sulla neve in una sera di inizio dicembre, tra le alpi.  A volte, dovremmo tutti cercare istanti salutari di disobbedienza sociale, per tornare ad un’obbedienza più grande: quella verso noi stessi, verso la nostra vera umanità, verso l’equilibrio da custodire e coltivare tra parola e silenzio, tra azione e attesa, tra tecnologia e natura. La scuola più grande di silenzio è quella che possiamo seguire se accettiamo di essere leali e liberi di essere ciò che siamo e non ciò che le frenesie postmoderne cuciono come abito comportamentale dell’umanità di oggi.

10 Dicembre 2018 | 11:39
giovani (496), testimonianza (169)
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